A una porta di casa

L’installatore della porta nuova per contratto doveva portarsi via la vecchia. L’ho vista in terra spalancata a vuoto, pronta per essere caricata e gettata su un mucchio di rifiuti. Ci ho ripensato.
La tengo per legna da camino, ho detto e l’ho rialzata. Meglio bruciata in cucina a pochi passi da dove è servita a separare il campo dalla casa, il fuori e il dentro.
L’ho fatta a pezzi con la motosega. Il taglio profumava di pino stagionato. Gli incastri dei suoi montanti erano ancora saldi, un lavoro ben fatto di quarant’anni fa.
La sua carcassa in queste sere arde a forte fiamma.
L’ho aperta e chiusa centomila volte. L’ho presa a calci per entrare quand’ero senza chiave.
Vecchia porta di casa, cordiale con gli spifferi e con le formiche, carteggiata e spennellata ogni primavera.
Ho buttato chiave e serratura, una mossa che ora mi dispiace.
Attraverso di lei sono entrati gli amici, la polizia, l’amore con le sue valigie. I ladri no, hanno usato la finestra.
Attraverso di lei sono usciti i corpi dei miei morti, due poeti ubriachi, i baffi di Gian Maria Testa preceduti dalla chitarra.
I suoi battenti hanno pareggiato ingressi e addii.
Al suo legno ho pensato incontrando la frase amorosa: ”Senza di te io sono una maniglia senza porta”.
Ora ho una chiave nuova e molto meno tempo per farci l’abitudine.
Il fuoco della vecchia porta nelle prossime sere me lo ricorderà.

10 Commenti

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Valeria Dell’Annarispondi
13/03/2020 a 12:31 am

A me pare la vera porta, quel camino: c’è traffico, lì, in entrata e in uscita di pensieri. Un travaso di ricordi e di tempo che vengono in soccorso: da nessun’altra parte potrebbero passare così agilmente.

Giuseppe Fiordororispondi
11/03/2020 a 2:22 pm

Porta-ricordi…

Francesca Ionarispondi
10/03/2020 a 9:52 pm

“Porta” un vocabolo che evoca ricordi, sentimenti ed emozioni e riesce a rivivere , nel suo morire, come se avesse un’anima, che caparbiamente vuole restare ancora , con noi, tra noi, al punto tale che persone sconosciute ne fanno oggetto di discussione. Mi piace quest’ immagine che oltre a riscaldare un corpo , riesce a riscaldare alcune menti.

ambrarispondi
10/03/2020 a 1:02 pm

Ma poi, perché l’hai cambiata? C’era proprio bisogno di farlo? Avresti potuto restaurarla, rinforzarla all’interno, oliare i cardini o quant’altro.
Una cosa che si ama non si fa a pezzi quando invecchia.
Certo non avresti avuto il pretesto per scrivere una bella pagina di poesia… Avresti potuto scrivere un inno alla tua vecchia porta, però, e poi ringiovanirla come fanno gli umani dal chirurgo estetico.

Tappino torineserispondi
10/03/2020 a 10:36 am

Caro poeta, proprio non riesci a non commuoverti davanti al legno, lo nomini così tanto… <3 ( Scrissi tre anni fa la storia dell'amicizia tra albero e uomo, mi piacerebbe la leggessi in questi giorni di arresti domiciliari collettivi. Se vuoi te la mando.) Anch'io ricordo certe porte e portoni, addirittura il rumore dello scatto meccanico o elettrico, ma anche l'odore diverso dei legni. Della prima casa di barriera di Milano ricordo il puzzo del legno dell'ascensore, non profumava nemmeno quando la vecchia portinaia ci spruzzava il Vetril dentro… a dispetto il legno vecchio si metteva a puzzare ancora di più. Della porta di casa al terzo piano di una via chiusa sento ancora il rumore a due toni quando si davano le mandate per chiudere, e anche il colore di miele di castagno, tipico delle case costruite raffazzonate di corsa negli anni '50 di Torino. Ma la più indelebile di tutte è quella di Via Asti, l'ingresso del Pro Infanzia. Credo sia ancora così, almeno: qualche anno fa c'era … Un portoncino insignificante e stretto introduceva a pochi scalini davanti alla porta vetro di colori vivaci, giallo verde rosso incorniciati a quadratoni in alto, in basso il resto della porta era garantita dalla seria stabilità di un legno scuro e ben lavorato. La maniglia in ottone dava l'illusione di poter entrare uscire liberamente, in realtà erano le suore a permettere l'ingresso con il tasto automatico, talmente imboscato che ancora non ricordo dove fosse…Ma la porta sì. Capita di passare vicino a case antiche che riportano le stesse caratteristiche di quel portoncino colorato, e mi prende l'angoscia. 'A casa quando torniamo?' era la domanda davanti alla porta interna, mentre le suore distraevano dal pensiero di casa con merende inutili come i sorrisi. Potessi però , avessi una casa dove metterla, me la andrei a comprare, per il gusto di chiuderla e aprirla come cz mi pare senza nessuna suora che si imboschi il tastino. Darei disposizioni testamentarie di bruciarla solo alla mia morte: " Adesso che non devo più tornare a casa la potete pure scassare". Quella è stata più porta di casa di tutte le altre che ho dovuto aprire e chiudere nella mia vita, perché solo quando nel cuore ti manca una casa con chi ci sta dentro è giusto ricordarsi il varco che unisce o divide. Goditi il caldo che ancora ti può dare quel legno, è cosa buona, è un saluto. Un bacio tesò… e stai a casa anche te. Apprezza il giardino 😉 … e pota la mimosa! 😀

grasma1rispondi
10/03/2020 a 10:35 am

A me della vecchia casa dei miei genitori (morti da anni) è rimasta solo la chiave della porta di ingresso. Nient’altro.

Tappino torineserispondi
11/03/2020 a 8:25 am
– In risposta a: grasma1

Quando è mancato mio padre ho dato via tutto, ho tenuto solo tre cose: i documenti, il cappello e le chiavi di casa. Sono belle le chiavi di casa da tenere 🙂 è come se qualcuno tornasse a reclamarle.

grasma1
11/03/2020 a 2:08 pm
– In risposta a: Tappino torinese

Sì, come se fossimo l’ultimo custode di quegli spazi che non ci sono più. Spazi dove si sono svolte delle vite, con le loro gioie e i loro dolori.

Simonettarispondi
10/03/2020 a 9:32 am

Porte che apriamo e chiudiamo, storie che entrano ed escono dalla nostra vita.. Il loro profumo rimasto impregnato nel legno ora riscalda la nostra serata..

Raimondo Di Maiorispondi
10/03/2020 a 9:11 am

Testo splendido, oggetti e persone che non tornano più.

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