L’Italia è un paese di abitanti che non sono più tanti, perché diminuiscono. Si trasferiscono all’estero, per lo più sono giovani. Il loro numero supera quello degli stranieri che vengono ad abitare in Italia. Perciò l’Italia è un paese in via di disabitazione. I suoi cittadini all’estero, quattro milioni e mezzo, dovrebbero definirsi disabitanti.
Su questo dato di fatto è ancora più incomprensibile l’ostilità verso chi si stabilisce sul nostro territorio. Oltre alla dovuta gratitudine per la preferenza accordata, c’è il tornaconto in termini di manodopera, di studenti in scuole che senza di loro chiuderebbero licenziando il personale scolastico, di nuove imprese che contribuiscono al PIL e al gettito delle previdenze sociali.
Nessuna di queste evidenze positive attenua il sentimento di rigetto. Ci sarebbe anche in assenza di fenomeno.

Gli Ebrei in Polonia costituivano un quarto della popolazione totale. L’avversione contro di loro aveva una base numerica sulla quale far leva. Dopo lo sterminio resisteva l’antisemitismo anche senza oggetto. Ci fu un pogrom. Il 4 luglio del 1946 nella città di Kielce furono uccisi quaranta Ebrei, sui duecento sopravvissuti rientrati in città.
Da noi si riproduce ostilità e risentimento anche di fronte al saldo passivo tra espatriati nostri e immigrati, dunque anche in assenza di sovrappopolazione.
Alcuni rappresentanti politici istigano a percepire il flusso migratorio in termini spropositati. Disturbati, istigano allo stesso disturbo della percezione. Parlano d’invasione, quando si tratta d’insufficiente rabbocco. Di recente sono arrivati alla bizzarria di accusare i salvatori di naufraghi.
Per loro il mare deve fare da fossa comune, molto di più di quanto faccia adesso. Invece questi salvatori si permettono addirittura di recuperare i corpi degli annegati e di portarli a terra. Per dare loro un nome e una sepoltura in terraferma, perché un congiunto possa ritrovare la persona cara.

Gli sfruttatori dei peggiori sentimenti contro gli stranieri poveri, si rodono il fegato perché il mare non si presta ai loro scopi. I salvatori evidentemente impediscono il regolare svolgimento dei naufragi. Perciò guai a chi salva.
Per inciso: salvare in mare non è un atto di carità o facoltativo, è un obbligo di legge.
Questo Mediterraneo nostro non si presta a fare da frontiera e da barriera. Non è stato mai il fossato intorno al castello, da farci sguazzare i coccodrilli.
Il mare che accoglie il nostro territorio nel suo grembo e ci rende penisola, continua a essere la pista da viaggio delle civiltà.
Erri