Incontro più  coetanei miei che giovani in montagna. Con uno, di poco più anziano, ci si ferma a parlare. Mi racconta un episodio delle sue scuole elementari. Era bravo, ma aveva il difetto di arrivare in ritardo all’inizio delle lezioni.
Un mattino della solita mancanza apre la porta della sua aula e succede questo: tutta la classe, compreso il maestro,  si alza in piedi e dice all’unisono: “Buongiorno signore!”.
Poi tutti si siedono e la lezione riprende, mentre lui va a sedersi un po’ stupito al suo posto. Per qualche giorno arriva puntuale, poi gli capita di nuovo il ritardo. Al suo ingresso la classe scatta di nuovo in piedi e insieme al maestro esclama: “Buongiorno signore!”.
Da quel giorno, mi dice, non sono più arrivato in ritardo per il resto della mia vita.
Esistevano maestri così, capaci d’insegnare una regola di comportamento con garbo e persuasione. Non fu una presa in giro, nessuna risata. Fu l’invenzione di un ossequio al posto di un rimprovero.
La scuola non trasmetteva solo una conoscenza di materie varie: impartiva un’educazione, un modo di stare insieme. Non aizzava a prevalere, chi era bravo era tenuto a dare una mano a chi stentava. Non istigava a comportarsi da concorrenti di quiz a premi, pronti a sfruttare l’errore degli altri, ma a stare in una società di uguali provenienti da condizioni differenti. Quelle aule tenevano insieme i poveri e gli agiati, permettendo la prima cultura di massa. La scuola era l’officina della società, consapevole di essere la via maestra della promozione sociale.
Ringrazio il compagno dell’incontro per il suo ricordo. Qui manca per mio deficit il suo nome. Paola ricorda quello di sua moglie, Imelde, un nome di altri tempi, di quelli che oggi s’incontrano in montagna.
Erri

Rifugio Nivolau – Foto Archivio FEDL – 2017