Considerazioni di un ospite

Mi sono trovato invitato al matrimonio di una giovane coppia, non in chiesa né in municipio: all’aperto su un prato.
Mancavo da una simile festa dal secolo passato, quando ho partecipato a quelle altrui. Guardavo da completo principiante.
I due erano innamorati così appassionati e assorti da non fare caso ai presenti. Stavano in una capsula isolata di loro spazio e tempo. Si baciavano e si guardavano, interrotti da qualche passaggio dell’officiante al rito, commosso pure lui, che richiedeva la loro attenzione.
Raggiungevano un punto di tensione in cui non si distinguono i felici dalla felicità. Ognuno dei due lo era e insieme erano la felicità.
Un passaggio del rito comportava due bottiglie di sabbia, una chiara e una scura. Sia lei che lui versavano i contenuti in una terza che veniva agitata e mescolata. Come le due sabbie, così le loro vite non potevano più essere riportate a prima, né divise.
Al termine della cerimonia si sono abbracciati e non si scioglievano più.

Mi sono ricordato in quel momento di un filmato in bianco e nero trasmesso di recente dal benemerito canale Rai Storia. Soldati di ritorno da guerra e prigionie scendevano dai treni a incontrare familiari non più visti da anni, persi i contatti e le notizie. I loro abbracci, le facce tese nello spasimo del pianto travolgente erano fine e inizio nello stesso tempo. Erano punto di partenza e di arrivo, com’era l’abbraccio dei due sposi all’ombra di un albero maestoso.
Come conserveranno lo slancio, che non ammette cedimenti né diminuzioni, solo aggiunte? Come terranno fede a promesse solenni pronunciate a sillabe spezzate in gola, a pause per riprendere fiato, davanti all’assemblea degli invitati testimoni?
Domande di un anziano che ha misura del tempo e della sua abrasione.
Sola risposta a loro e a quei soldati è: possa essere così, perché lo esige il culmine raggiunto dagli abbracci, unione di traguardo e primi passi.
Un proverbio yiddish mi fa sapere che quando si deve tanto alla vita, allora anche si può.

9 Comments

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gigi richettoreply
Settembre 04 at 07:09 PM

Grazie Erri – Mi hai ricordato i miei genitori: papà Giovanni era partito militare nel 1938; scoppiò la guerra e nel 1941 fu fatto prigioniero dagli Inglesi a Bardia, in Libia; trasferito in Egitto e poi in India, da cui ritornò solo nell’agosto 1946. Partì sotto la monarchia, rientrò che l’Italia era repubblicana, La mamma sua era già morta dal dolore, senza poterlo riabbracciare. Mia mamma Ida, sua fidanzata dagli anni dei suoi studi, lo attese innamorata e fedele, senza perdere mai la speranza. Confermarono il loro amore per tutta la vita.
Furono i miei primi grandi Maestri, di amore, cioè di vita. Ora un altro grande maestro, per me e per tutta la comunità valsusina, sei diventato anche tu, con una parola che trasuda vita e bellezza. Un abbraccio gigi

Tappino torinesereply
Settembre 04 at 07:09 PM

Caro poeta, pochi giorni prima che mia nonna spirasse in ospedale fui costretta a tornare a casa nostra per prendere alcuni effetti personali, in vista di un trasferimento repentino… la casa senza di lei era già vuota. Mi capitò davanti uno di quei ritratti che uno in casa non guarda mai, perché le case dei meridionali hanno più foto che pareti e stufano subito; una foto-ritratto di lei e del nonno da giovani, fatta fare chissà quanti decenni prima e talmente grossa da non star bene in nessuna parete, se non in alto sopra il porta abiti a muro. E lì mi feci la stessa domanda che ti sei fatto tu: come si fa a durare tanto sposati? Credo che la risposta uno se la debba cercare tutti i giorni, vivendo con l’altra parte della mela. Non può essere la bellezza che svanisce, non può essere la felicità che è per gli scemi, non può essere la ricchezza che sfuma, non possono essere i figli che dividono più che unire, figuriamoci la buona salute dell’altro su cui contare, la salute battona che dopo un po’ ti lascia a piedi… guardavo il ritratto dei nonni e vedevo per la prima volta che erano giovani che si erano semplicemente scelti, tutti i loro giorni si sono detti sì. Mia nonna ha continuato a dire di sì nei successivi trent’anni dopo la sua morte, e allora pensi che l’amore batte davvero qualsiasi ostacolo, pure quello più tosto, ma per incontrarlo bisogna avere due cose: culo e costanza. Auguro a questi sposi di dirsi di sì anche in momenti no, che ci saranno… ma se c’è quel sì, nient’altro conta, nient’altro. Ciao Poeta… e non andare a scalare in Nepal, che mi fai stare in pensiero <3

Gioia Spizzichinoreply
Settembre 03 at 11:09 PM

Erri sembra uno scienziato al microscopio, riesce a vedere anche le più piccole particelle di “emozioni” e a restituirle ingrandite e illuminate dalle sue parole, le rende visibili, ad occhio nudo, anche a noi.

Àngelsreply
Settembre 03 at 03:09 PM

Magnífica reflexió sobre els rituals d’unió.

Valeria Dell’Annareply
Settembre 03 at 02:09 PM

[…]
“I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.”
(Jacques Prevert)

Per chi li aspetta, non resta che augurarsi di evolversi attraverso una sana identificazione, l’introiezione e pure l’attivismo.

Albareply
Settembre 03 at 02:09 PM

Il tuo augurio magnifico aggiunto alla loro felicità.

Orietta scircolireply
Settembre 03 at 11:09 AM

Come al solito De Luca vivisezione attimi e gesti lasciandoti scuri di stupore di vita e gratitudine di penna

MARIELLA BARBAGALLOreply
Settembre 03 at 08:09 AM

mi piace sempre il suo modo di guardare le cose

Raimondo Di Maioreply
Settembre 03 at 08:09 AM

“erano fine e inizio nello stesso tempo” desiderio di essere tutto. Bellissimo testo ottima unione, una fusione.

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