Gianmaria Testa

Discorso a bassa voce a un amico, 1 aprile 2016, Duomo di Alba

Così mi hai fatto mettere piede in una chiesa. Siamo stati in svariati luoghi, noi due, pure in un’aula di tribunale, in una chiesa mai. Abbiamo considerato casa nostra qualunque tavola apparecchiata, qualunque tavolato di teatro. In una chiesa siamo in casa d’altri, di quelli che confidano di ritrovarsi aldilà dello sbarramento di morire. Hanno fede per rivolgersi alla divinità con l’affettuoso e urgente pronome tu, stabilendo una relazione una intimità che non abbiamo conosciuto. Noi due abbiamo avuto intimità e relazione con la specie umana, a questa abbiamo dato il tu degli affetti, delle collere, delle compassioni. Abbiamo anche bestemmiato contro la specie umana, senza attribuirle un mandante celeste. Siamo rimasti terrestri.

Mi hai fatto salire su un palco di teatro per la prima volta. Da lì ti ho convinto a scherzare, a inventare battute intorno al nostro beniamino Chisciotte, senza nessuna possibilità di identificarci con lui, tu della taglia di Sancho, io di Ronzinante. Risalendo ai suoi predecessori, parlavamo di Mose’, il profeta balbuziente che evidentemente incagliava davanti al Faraone. Il Faraone, che ha ricevuto dieci visite da lui, quando lo vedeva arrivare si metteva la mano in testa e diceva:
“Uh, mammamia, sta n’ata vota cca’”. E tu ribattevi “E già, il Faraone parlava napoletano”. E io confermavo: “S’informi giovanotto, il napoletano era la lingua parlata in tutto il Mediterraneo, era l’inglese di allora”.
E protestavi con me di non saper fare la spalla. E io ti dicevo che non esistevano spalle migliori delle tue, cresciute in campagna, robuste da tirare un carro.

Della mia generazione ho conosciuto quelli che hanno imbracciato armi, poi ho conosciuto te che hai voluto imbracciare solo una chitarra.
Qui si parla di darti l’ultimo saluto. Non è il caso mio. Non te la caverai facilmente con questa botta e via. Continuerò a salutarti, a parlare con te. Non solo nella mia intimità, quando mi rivolgo ai miei assenti: in qualunque sala buia dove si raccontano storie, dove sarò invitato in mezzo a musiche, continuerò a salutarti, a stare con te, il fratello non avuto in dote naturale, che è toccato a te rappresentare. Hai smesso di vivere lo stesso giorno di mia madre e pure questo ribadisce la fraternità.
Terminavamo le nostre serate con una vecchia canzone brasiliana: “Camminando e Cantando”. Non termineremo, noi proseguiremo camminando e cantando.
Adesso usciamo da questo coro di canti gregoriani, ho voglia di sentirti cantare, torniamo a casa, sediamoci intorno alla tavola della mia cucina e versiamoci da bere.

 

10 Commenti

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elesrispondi
11/04/2016 a 7:44 pm

e dopo le parole il vino il silenzio,una preghiera.

Ma se i morti infinitamente dovessero mai destare un
simbolo in noi
vedi che forse indicherebbero i penduli amenti
dei nocciòli spogli,oppure
la pioggia che cade su terra scura a primavera.

che quella pioggia ci sia,
che sia per te come un abbraccio.

cinzia giulianorispondi
08/04/2016 a 3:00 pm

Passano i giorni e ancora non mi arrendo alla tua assenza non giustificata, amico caro. “La bellezza esiste” ho ascoltato in un tuo ultimo fiato, ma non la sentiremo più vibrare sulle note della tua chitarra.

Raimondo Di Maiorispondi
08/04/2016 a 8:08 am

… leggo a gola asciutta, lacrimano gli occhi, ho la “pelle d’oca”… Torno a quei tempi con te, Gianmaria, Gabriele: momenti indimenticabili. Eravate a Napoli con il Chisciotte, a sera onorato di lavorare ancora. Libraio di / per don Chisciotte. Erano stati i libri, la letteratura cavalleresca e d’avventura a smuovere don Chisciotte. E quel Chisciotte, visto e rivisto e riascoltato, con qualche variante di giornata. Poi una mattina venne Gianmaria a comprare gli altri libri, i fratelli di “Chisciottimista”, perché i libri compongono collane, che somigliano a famiglie…

Bibirispondi
07/04/2016 a 7:39 pm

Non ho parole per confortarti, solo condividere un po’ di giusto silenzio con te. Col tempo, una musica riempirà quel vuoto. Anche la sua. Tvb <3

Amedeorispondi
06/04/2016 a 8:28 pm

Grazie per aver scritto così bene, quello che pare anche a me di sentire!

elena colucciarispondi
06/04/2016 a 6:11 pm

Ci si sente orfani quando muore un amico, un amico che è stato complice, guida, specchio, bastone, un amico al quale dobbiamo, spesso e almeno in parte, ciò che siamo e al quale avevamo ancora molto da dire. Ci si sente soli, spaesati, addolorati.
Poi i giorni passano e a poco a poco affiorano i ricordi, si sfoglia un album, si torna nei luoghi teatro degli incontri, una trattoria, una strada.. Diventano immaginabili le risposte, le opinioni che ci avrebbe dato in questo o quel caso. E tutto ciò arriva come una carezza che consola e ridona il senso di quel legame straordinario e di quelle condivisioni.
In fondo, come diceva Rafaniello “quando ti viene una nostalgia, non è mancanza, è presenza, è una visita, arrivano persone, paesi da lontano e ti tengono un poco di compagnia… a ogni mancanza dai il benvenuto, le fai un’accoglienza.”

Elisabettarispondi
06/04/2016 a 4:04 pm

Ti ho visto partire quel giorno Erri..ti ho rincorso per salutarti ma ti ho visto assorto nei pensieri più del solito e sfuggente agli sguardi, così mi sono fermata e ti ho seguito solo con lo sguardo mentre la tua figura entrava in aereo. Non sapevo dove andassi, ma ho sentito che non dovevo interrompere quel momento di intimità con te stesso. Perdere una madre, un fratello, un amico non è come perdere una parte di noi ma è come avere una parte di noi da un’altra parte.. sapere che c’è ma non poterla vedere,sentire, toccare. A noi il compito piu arduo: continuare a vivere rispettando e onorando gli insegnamenti che vivere accanto a loro ci ha portato. E tramandarli con i racconti, di modo che diventino eterni..come le persone che abbiamo amato.
Spero di rincontrarti presto e sorriderti.

ninarispondi
06/04/2016 a 3:58 pm

elle est à toi cette chanson…..

frammentirispondi
06/04/2016 a 1:41 pm

Nella corrispondenza degli affetti si sperimenta l’eternità

Luigi Espositorispondi
06/04/2016 a 10:44 am

“Di questo per me si tratta, di essere il resto di alcune persone,delle loro sottrazioni” E’ un frammento di un brano da “Non ora non quì” che avevamo nello spettacolo “Fili”.Mi si conficcò in testa come una scheggia.Tu poi lo togliesti perchè era troppo vicina l’assenza per te più dolorosa.
Gigi

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