La voce, la scrittura

In un incontro dentro una libreria, una persona mi dice che nelle mie pagine sente la mia voce.
Non è proprio la mia, però so di stare scrivendo la voce di uno che racconta. La scrittura per me è la stesura orale di un ascolto. Le frasi che scrivo le bisbiglio alla velocità o alla lentezza della penna sul foglio di quaderno. E non sono più lunghe della durata di un respiro.
Il punto è la breve pausa che riempie di aria il fiato successivo.
Nelle mie storie c’è la voce di uno che le sta dicendo, standoci dentro, parte della mischia, senza visione panoramica dall’alto sull’insieme. Non sono lo scrittore che muove le fila, né il regista. Nelle storie che scrivo, il narratore è la comparsa di una vicenda più grande che gli sta addosso e intorno. È quello che è successo ai vissuti nel 1900.

Ho un debito letterario di riconoscenza non ai libri che ho letto, ma all’esistenza svolta. È stata la materia dalla quale affiorano i racconti. Materia viene dal latino mater, madre. È materia materna la vita da cui scrivo. Il diritto d’autore spetterebbe a lei, lo incasso a nome suo. Scrivendo, pago a lei la tassa, che non è un prelievo ma una restituzione.
Qui di seguito copio da una pagina scritta di recente sulla cecità di mio padre. È il riassunto di una perdita accettata, la voce è sua.

Non mi manca il colore della tovaglia,
la precisione della forchetta.
Faccio a meno dei libri, dei giornali,
rimedio con la radiolina attaccata all’orecchio.
Mi aiuto con le mani a trovare le scarpe,
i pantaloni, la camicia,
più difficili sono i calzini,
pare che fanno apposta a nascondino.
L’orologio non mi serve più.

Non mi manca la luce del mattino,
è diventata nebbia in cui tastare i volti.
Me lo lasciano fare, la cecità fa ardire.
Non dico preghiere, non accendo ceri,
credo nella consolazione dell’ironia.
Mi piace il fuoco nel camino,
il tè caldo al mattino,
il profumo del pane abbrustolito.
Ho un dispiacere solo:
nelle sere d’estate sul balcone
perdere le stelle.

9 Commenti

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13/02/2020 a 2:46 am

non ho parole, ma vado subito a cercare le tue in lingua mia… troppo bello. grazie.

Giuseppe Fiordororispondi
07/02/2020 a 4:24 pm

Sono d’accordo col signore della libreria…

Maria Russorispondi
07/02/2020 a 11:04 am

Caro Erri che bella la tua compagnia. Sto andando a Napoli mia città natale. Il babbo novantenne è in ospedale per una frattura del femore: mi riesce difficile non pensare alle differenze tra Napoli, che comunque amo, e Prato dove ho scelto di vivere e comunque amo. Se fosse stato in Toscana non avrebbe aspettato 6 giorni in barella per un letto! Qualcuno mi avrebbe spiegato cosa accade ogni giorno e di sicuro alcune azioni per farlo stare nel miglior modo possibile sarebbero state fatte. Ma Napoli non è adatta a chi sta male. Non metto in dubbio la competenza: ho solo tanta rabbia per la disorganizzazione e l’incuria. E non sto pensando solo al mio babbo. Penso a tutti quelli che si trovano nella sua situazione e sono certamente tanti… questa Italia va a velocità diverse: i diritti sono diversi…. dipende da dove nasci. Ma vale anche per altri…
In questo momento sento il dolore…. grazie Erri. Continua a scrivere

Valeria Dell’Annarispondi
05/02/2020 a 6:54 pm

“Il mondo è nella mia testa. Il mio corpo è nel mondo” (Paul Auster)
Ecco: è sempre difficile riempire il vuoto che lasciano quei due quando si separano. Ultimamente sento le voci degli addetti alle pulizie: mi dicono che quello spazio verrà trasformato, a breve, in un parco acquatico. Bene! Meno chiassosi degli ultimi inquilini, i nuovi che, a breve, mi abiteranno dentro. Spero soltanto in una capacità di ascolto, da parte mia, maggiore di quella che ho sentito ad un tratto venir meno nei riguardi dei vecchi inquilini.

Valeria Dell’Annarispondi
05/02/2020 a 7:39 pm
– In risposta a: Valeria Dell'Anna

… Farò da megafono a nuove voci! Oppure starò nel coro: una domanda è d’obbligo, se non dovrebbe essere lecito cambiare così improvvisamente.

gigi richettorispondi
05/02/2020 a 8:10 am

Grazie Erri per averci messo a parte di un pezzo importante di vita, condivisa con papà in momenti difficili. A Nicoletta ho scritto che non si affatichi troppo gli occhi sui libri, che essenziali sono quelli del cuore, che lei ha in buono stato. Sì, la scrittura riproduce l’ascolto. Il piemontese, che è lingua filosofica – ma tutte le lingue, se ci scaviamo dentro lo sono – ha questa parola che sostituisce bene quella più antipatica del comando: “scuta!” (“ascolta!”) diciamo ai piccoli (e grandi!) quando pensiamo di avere cose importanti da trasmettere, che vale la pena di tradurre in pratica…ciau gigi

Tappino torineserispondi
04/02/2020 a 7:10 pm

Ciao poeta, credo succeda un po’ a tutti di immaginarsi la voce di chi racconta. Il filo che lega il lettore dallo scrittore non è percorso solo dalla tensione della narrazione, ma da un contatto stabilito. Donna s’è donna, uomo s’è uomo, si concede l’inflessione del racconto in modo naturale, è un atto di fiducia, come aprire la porta e andarsene a dormire. I sensi servono, anche quello dell’udito interno che fa la sua corsa per portare al cervello l’immagine che una storia disegna per forza di cose. Da lettrice so che il film scorre, da persona che scrive ogni tanto qualche storia so che i personaggi riescono a essere dei gran rompicxglioni, che spesso non si fanno raggiungere o ti svegliano pure di notte per correggere un dialogo… e per fare un lavoro accettabile bisogna fondere sia l’una che l’altra parte, lettore e scrittore. Per cui, quel che ti ha riferito quella persona è verità, la sua. Io per esempio non so staccare la tua voce dalla tua scrittura, neanche quando fai parlare i personaggi che chiami in causa… sotto sotto sento la tua presenza muta e chiassosa che si gode il battibecco, il grido, il racconto altrui, la risata… ps: bella la poesia per tuo papà. Scommetto però che oltre alle stelle gli mancava di vedere i volti vostri, e anche tanto il suo, ma da dove oggi si trova dà del tu alle stelle e vi vede con dieci decimi. Un bacione poeta <3 , il tuo tappino.

Patriziarispondi
04/02/2020 a 5:58 pm

Che pace, sa di saggezza antica, di accettazione, di riscatto morale sulla malattia.

Raimondo Di Maiorispondi
04/02/2020 a 10:41 am

La voce che tocca la superficie della profondità: Bellissimi, versi del risarcimento quotidiano

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