In morte di un elefante in Spagna

Tra gli esseri umani esistono stranieri e prigionieri.
Lui non era straniero, né prigioniero, in Africa.
In Europa sì, di un’arena rotonda pochi metri,
esibito coi fiocchi e coi pennacchi.
Al circo anche le bestie diventano pagliacci.
Doveva alzarsi sopra le due zampe, sollevare un uomo con il naso,
fingere di schiacciare una ragazza.
Ignorava l’applauso dei pigmei,
imparava la gigantesca pazienza delle sbarre.
Gli mancava l’acqua da sguazzare.
In altre arene accanto, un toro poteva abbattere l’ostacolo
di un uomo, prima di farsi abbattere.
Per l’elefante era senza importanza il bipede di fronte,
gli serviva un terremoto, un crollo delle mura
per aprirsi la via verso l’uscita.
Il camion che lo trasportava è andato fuori strada.
Nell’urto si è ferito, ma si è pure spezzata la catena.
Si è incamminato seguendo le figure delle stelle
a Sud verso le piste d’Africa, addio quelle di circo.
Dopo tanto tempo incatenato, stava all’aria aperta.
Poi si è inginocchiato, si è steso sul fianco e si è esaudita
la preghiera di morire da Africano libero.

 

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