Reflesciasà

Si chiama Kemal
dalla Turchia, operaio
nei cantieri di Francia,
enormi le sue mani
e durante le notti comuni
a occupare un cantiere
per salari mai dati,
a me brusco e nervoso:
“Erri, reflechis à ça”,
reflesciasà, rifletti a questo,
e riunisce le dita
e le poggia alla tempia.
E io sto buono coi pugni
al suo reflesciasà,
rifletti a questo, a cosa
non so più, però le dita
sulla sua tempia destra
le so ancora.
Kemal, bisogna avere la tua mano
da mettere sul cranio
per riflettere a un “questo”.
Bisogna la tua vita.
Nati sopra lo stesso mare
che cambia nome e onde,
nessuno segue un altro,
mai nella sabbia il piede
nell’orma davanti.
Però ti ascolto, apro le dita
e fermo l’ ira e il pugno.

Erri de Luca, Italian author Europe, Germany, Hamburg 2013

foto by Gunter Gluecklich

3 Commenti

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Giulianarispondi
24/04/2014 a 2:10 pm

Quando incontro queste “riflessioni” non posso fare a meno di ricordare le parole di Seneca nel I° secolo dopo Cristo in una lettera a Lucilio : “Vuoi tu considerare che costui che chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme e gode dello stesso cielo e del pari respira, vive e muore! Come puoi vedere lui libero, così lui può vedere te schiavo.” In 2000 anni è solo passata di moda la parola schiavo.Giuliana

marco pennacchirispondi
24/04/2014 a 12:13 pm

Molti hanno intrapreso lotte, battaglie e guerre alla povertà e all’ingiustizia.
Mai come oggi l’uomo è povero.
E la povertà è ancora più povertà quando poggia sul benessere esasperato.
Che nessuno sa definire perché nessuno sa fare a meno dell’iPad.
Benessere riservato ad un pugno di uomini, diciamo uomini.
Pochi, ma che siano in grado di pagare bene e consumare sempre più le nullità.
Quei pochi siamo noi, malgrado la crisi.
Sono io che solo con il mio respiro posso uccidere.
Si, uccido respirando!
Vivendo come vivo, uccido decine di altre persone che non conoscerò mai.
Assurdo dell’assurdo vivendo anniento la mia coscienza.
Non so come dirmelo come dirvelo, ma è la verità!
Moltissimo ci è voluto all’umanità per costruirsi una coscienza.
So per certo che basterà poco per distruggerla.
La coscienza è come una quercia.
Cent’anni per renderla maestosa, dieci minuti per abbatterla.
Molti hanno intrapreso lotte, battaglie e guerre alla povertà e all’ingiustizia.
Mai come oggi l’uomo è povero e si impoverisce!
Cosa abbiamo davanti agli occhi?
Il chiaro e totale fallimento delle lotte alla povertà.
La carità paolina, le ideologie marxiste, nazionalsocialiste e liberiste hanno fallito.
La sublime scelta di Francesco e di molti altri ha condiviso e non superato la povertà.
Chi ci ha provato anche rischiando la propria vita, ha sbagliato e fallito.
Non nascondo che ho sperato molto nella condivisione francescana.
Ho sempre ammirato Francesco nato ricco, morto povero accanto agli ultimi.
Vicino agli ultimi tra tanfo e vomito.
Lui si è fatto povero, non è nato povero.
Per questo anche lui ha perso la partita contro la povertà vincendo quella per la santità.
La povertà non si batte con la povertà.
La povertà non si elimina cancellando la ricchezza.
La povertà si annienta cancellando il desiderio di benessere.
Il desiderio di benessere così come finora imposto all’umanità.
Allora dobbiamo tornare a vivere e a morire non più di vecchiaia.
Dobbiamo tornare a credere in una vita eroica e ignota.
Dove il sangue fa paura perché ne sentiamo l’odore.
La madre democrazia non è in pericolo, non è mai esistita.
Dobbiamo attivarci per cercarla fuori dal cervello del mondo attuale.
Fuori dal mondo del falso e deformante benessere esiste…….
Esiste la madre della COSCIENZA DELL’UMANITA’.
La ricerca forse passa tra paura, polvere e sangue.
Voglio ancora lottare e sperare
Come quando piove e tra le nuvole passa il sole,
que se cumula la voluntas de la Tierra
Que da sus frutos para todos
Il passato ci insegna, il presente ci guida, il futuro non appartiene completamente ad entrambi.
Roma, 12/10/12 Marco Pennacchi

Giuseppe Fiordororispondi
23/04/2014 a 1:46 pm

Gli operai riflettono come i filosofi. Non è la cultura che ci fa sapienti.
Giuseppe Fiordoro

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