Salmo di natura

Sul mio campo ho visto spuntare tra le erbe la piccola foglia di una quercia spontanea. L’ho protetta dalla concorrenza, favorendo la crescita. Ora è un albero, la sua chioma spalancata in alto allarga l’ombra in terra.
Così ho saputo che il suolo era adatto e ne ho piantate altre. Non sono contadino, non saprei ricavare dal campo di che vivere. Da circa mezza vita sono diventato un residente ravvicinato e un ammiratore della terra. Un solo gradino solleva dal campo le mie stanze. Guardo diversamente da prima la varietà di forme che si affollano in superficie.
Oltre alle querce, vengono bene le mimose e i mandorli. In pieno inverno la loro fioritura aggiunge al profumo la bellezza.
Da quando abito sul piano della terra ho cominciato a ricordare gli alberi.
Il mandorlo indiano in un villaggio della Tanzania: sotto i suoi rami larghi la sera traducevo proverbi napoletani nella lingua del luogo, il Kiswahili. Gli anziani del villaggio annuivano seri alle esperienze di un popolo lontano. Katika bahari hapana nyumba, per mare non ci stanno taverne.
Le immense sequoie della California cariche di neve, infiltrate di luce che si apriva dei varchi tra i rami irrigiditi, i ciliegi di Mostar fioriti nei campi minati, il fico mutilato da una granata che perdeva a gocce linfa bianca, il carrubo in un giardino di Ischia sul quale mi sapevo arrampicare.
Gli alberi hanno formato un parco personale di ricordi.
Oggi uso per il camino il legno di mimose cadute e mi sembra strano sopravvivere agli alberi. Eppure anche loro subiscono stragi, come gli abeti schiantati dal vento sulle Dolomiti, gli ulivi del Salento seccati dal batterio parassita.
Gli alberi sono al mondo da quando la terra è emersa dal marasma di ghiacci e di gas. Si adattano a climi e suoli inospitali e in questo li imitiamo. Assomigliamo a loro, secondo la visione di Betsaida, riferita nel Vangelo di Marco.
A un cieco dalla nascita si spalanca per miracolo la vista e la prima immagine che passa nei suoi occhi è una figura umana. La descrive come un albero che cammina: il migliore complimento che si possa rivolgere alla persona umana.
Dev’essere per questo che in un bosco mi sento di passaggio dentro un’assemblea di patriarchi, e in un campo di ulivi mi sento in una classe di maestri. In Ebraico antico una sola parola definisce sia albero che legno. Sta a dire che il legno resta materia vivente, che risente di caldo e di freddo, di umido e di secco.
Marina Zvetaeva, mia poeta preferita, scrive:
“Una preghiera: non trattatemi come una persona
invece come un albero che vi stormisce incontro”.Vengo a sapere che la quercia vallonea di Tricase è iscritta nella lista dei migliori esemplari viventi in Italia. Le sue ghiande hanno fornito reddito ai dintorni, la sua chioma ha ospitato secoli di nidi.
Scrivo questa nota in omaggio a lei e la concludo con un’altra lei, ancora con la russa Marina:
”L’albero, questo salmo di natura”.

13 Commenti

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Albarispondi
01/03/2020 a 12:39 pm

” In alto c’è un pino distorto;
sta intento ed ascolta l’abisso
col fusto piegato a balestra?
Rifugio d’uccelli notturni,
nell’ora più alta risuona
d’un battere d’ali veloce.
Ha pure un suo nido il mio cuore
sospeso nel buio, una voce;
sta pure in ascolto, la notte. ”

S. Quasimodo

Giuseppe Fiordororispondi
27/02/2020 a 3:57 pm

Gli alberi stanno sempre con i rami aperti…

Valeria Dell’Annarispondi
27/02/2020 a 12:37 am

Non so con quale delle due espressioni iniziare: entelechia, trascurando gli accenti, oppure “amor fati”…
Ma so che se dovessi finire col parlare dei miei ulivi, direi soltanto che la loro assenza in superficie non è che il rafforzamento di una “maschera” interiore, vibrante e ancora vitale come l’anima della mia terra che viene percepita attraverso le cose…

Valeria Dell’Annarispondi
27/02/2020 a 12:50 am
– In risposta a: Valeria Dell'Anna

…Ergo: appartenenza allo stesso spazio psichico…

Tappino torineserispondi
26/02/2020 a 9:51 am

Ciao Poeta, guardo la foto che hai messo, mi ricordavo quella pianta di mimose più piccola… quanto è diventata spaccona la mimosa, è trasut e sicc e s’è mis e chiatt. Gli devi dare una potatina 🙂 , se no al prossimo vento si spezzano i rami. Un giorno scrivesti “Ognuno ha un cancello in qualche memoria, ognuno è rimasto fuori di un giardino.” E non importa… l’importante è, come hai scritto oggi, formarsi un “un parco personale di ricordi”, durante la propria esistenza. Il mio è fatto di un albero potato male nel Pro Infanzia di Torino, delle siepi alte dei collegi visitati, degli ulivi affondati nella terra rossa delle Puglie, dei limoni di Sorrento, di quelli della Val Susa quando andiamo a manifestare… e degli alberi della mia città, sotto i quali mi metto a ripetere le lezioni o a leggere i libri vicino al Po. Pure con le pezze al cxlo anche quelli come me possono avere un giardino da cui non sono tenuti fuori. E nce putimm pure mettere ‘e chiatt 😀 come la tua mimosa. Ciao poeta, bacini, quando vieni in Val Susa? Ti aspettiamo <3 <3 <3 . Tuo Tappino

Carmelorispondi
25/02/2020 a 3:06 pm

Infinitamente grazie Erri per quanto hai scritto!

ambrarispondi
25/02/2020 a 1:02 pm

Ai posteri rimarranno soltanto queste pagine “sacre”, quando al posto degli alberi vedranno piste da sci, autostrade e campi di pannelli fotovoltaici.
Grazie, Erri, per avercele donate.

Vittoriorispondi
25/02/2020 a 12:15 pm

Grazie per questi momenti.

Fabriziorispondi
25/02/2020 a 12:05 pm

Erri, sabato scorso sono stato alla Foresta fossile di Dunarobba, in Umbria: un luogo meraviglioso, una storia straordinaria, puoi stare accanto a tronchi mummificati vissuti circa 3 milioni di anni fa. Da un lato la potenza della natura, la bellezza, il tempo, dall’altra la sovrintendenza, gli umani e tutte le loro piccolezze.
Non ti dico altro, ti allego il sito e ti auguro, se vorrai andarci, buona visita.

https://www.forestafossile.it

gigi richettorispondi
25/02/2020 a 10:36 am

Quando iniziarono a sradicare castagni secolari dalla piana del Clarea, che avevano più anni della Rivoluzione francese e presidiavano la montagna contro le frane da sempre, ci guardammo sgomenti. Non bastava l’urlo di Munch a raccontare la nostra indignazione. Innocenti quei tronchi diedero un ultimo sussulto di vita mettendo fuori ancora polloni e fronde; ci trasmisero forza, raccogliemmo unità e convinzioni più salde. Non ci arrenderemo mai. Grazie Erri dalla Valle che resiste – gigi

Raimondo Di Maiorispondi
25/02/2020 a 9:22 am

Prosa e poesia fantastico testo all’umanità asservita dalla tecnica. Alberi e animali ci ricordano la provenienza. Grazie Erri

Anna m Caputanorispondi
25/02/2020 a 9:10 am

E li vogliono sacrificare per il 5G

Angelorispondi
25/02/2020 a 9:03 am

Nessun commento ….condivido pienamente.

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