Un viaggio da fermo

Capita di ricevere la domanda: «A che stai pensando?». Nel mio caso è a niente, invece sto guardando. Fisso un punto e più lo metto a fuoco, più mi assento, spostato all’indietro in una stazione precedente. Seduto davanti alla donna rispondo alla sua domanda con un viaggio da fermo.

Un principio di luce da Est faceva uscire dal buio i contorni dell’Etna, alla fine del turno di notte. Uscendo dalla stiva di un aereo da carico, sollevavo la testa verso il primo segno del giorno, una luce a strascico, rasoterra. Ero allora operaio di rampa. Turni di notte sulla piana catanese saltando come grilli da un piano di carico all’altro, spingendo slitte di ferro e fissandole con fibbie e catene al corpo degli aerei insieme a uomini zitti e precisi, sudati e illuminati dalle fotoelettriche della rampa. Ci sbrigavamo senza uno sguardo in su al gran girotondo delle costellazioni, senza un pensiero allo strepitoso controsoffitto di una notte del Sud. Il collo restava piegato all’ingiù.

Dalle 10 di sera alle 7 del mattino dopo, spingevamo carichi in entrata e in uscita dalle stive. Avevo una schiena tesa a pelle di tamburo da ballarci sopra, una schiena musicale. Spingevo  la notte fino a farla smettere. A fine turno la prima luce spalmata intorno ai bordi del vulcano chiamava a sollevare gli occhi. Fissare un lontano dà pace. Racconto e la donna di fronte sospetta che io stia inventando un ricordo in risposta, per farla contenta. Non si fida, troppi particolari per il poco tempo di distrazione. Quanti anni da allora, mi chiede. Ne sono scolati venti, rispondo. «Scolati? Che verbo ti viene in mente per contare gli anni?». «Quello dei litri», rispondo. «E perché?». «Perché non ce n’è più, sono svuotati e il vetro l’ho buttato». «Che c’entra il vetro adesso?». «Questo non lo so proprio».

Non la convinco e però continuo, ormai è partito il viaggio da fermo. La luce sbiadita intorno al vulcano era collirio per le palpebre arrossate dalla ruggine notturna. In segno di saluto bastava un sospiro di gratitudine. L’Etna si rimetteva al suo posto di guardia d’Oriente, le nostre facce uscivano dall’ombra per andare incontrò al cambio di turno. A forza di spinte ci eravamo guadagnati l’alba. Chi esce da un turno di notte ha la buffa impressione di aver contribuito al sorgere del giorno. È il prodotto finito di una notte al lavoro. Sull’autobus che riportava in città i compagni prendevano un acconto sul sonno, che doveva combattere col chiasso diurno del quartiere di una città del Sud. Per difesa si forma un orecchio respingente che disperde il frastuono nel labirinto di ossicini interni all’apparato.

Si impara a confondere il rumore. Rimanevo a guardare dal finestrino la città che iniziava. Se era giorno di festa s’incrociava un gruppo al rientro dalla notte. Guardavo senza desiderio di fare a cambio con loro. Ci sono stazioni della propria vita in cui si deve stare al posto capitato senza pensieri di farsi sostituire. L’ho sentito dire anche da chi è stato in prigione a lungo. Ci sei e ci resti: dicendosi questo, si resiste meglio. A quel tempo mi serviva credere che in quel posto capitato, non toglievo niente a nessuno, perché nessuno avrebbe voluto il mio. Oggi so che il peggiore dei nostri casi è manna per un altro che sta peggio. Oggi so che si sta al posto di un altro.

«Insomma si può sapere a che stai pensando?», richiede la donna di fronte. Dal tono irritato devo aver perso un paio di repliche della stessa richiesta. «Stavo guardando la linea del tuo braccio che risale dal gomito poggiato sul tavolo fino alla spalla, e ho riconosciuto il profilo dell’Etna che spuntava a oriente a fine turno». Non è lusingata dall’accostamento, un vulcano non è la figura snella alla quale ha diritto di essere accostata. Mi correggo, «no, non sei un vulcano e io non sono più l’operaio che lo guardava alzando a mezz’aria gli occhi sazi di notte. Noi siamo tanto più vicini di loro, no? »

Niente, non attacca, si è offesa. «Certe volte», dice, «davanti a te sto ricacciata così lontano da non sapere dove mi trovo, dove sono capitata. Non sei tu ad assentarti, sono io scagliata via con una fionda. Io ti faccio venire il ricordo di un vulcano, tu mi fai venire in mente un deserto».

Ecco servita al nostro tavolo una bella geografia. Possiamo metterci in posa per una cartolina e farci visitare dai turisti: un vulcano e un deserto. Non glielo dico, per prudenza. Impugno il bicchiere e lo sollevo: «Il deserto beve alla sua irrigazione», provo a dire.

«Vaffa e strozzati». Bevo lo stesso, piano, per evitare gli effetti dell’augurio. Così finisce un viaggio da fermo.

 

7 Comments

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Cinziareply
Settembre 05, 2015 at 09:09 PM

Un vulcano è vita,calore,storia che sarà e storia che è già stata….le rocce millenarie che sputa sul mondo ci raccontano come era,il loro posizionarsi e solidificarsi disegnano il come sarà quel pendio o valle che le accolgono….avrei apprezzato molto l’accostamento anche io. Bevo con te all’irrigazione del deserto

susannareply
Settembre 05, 2015 at 02:09 PM

Molte sono le immagini di questo breve racconto, la struttura che sembra semplice rivela
la mano dello scrittore che può ancora stupire e regalare al suo pubblico una cioccolata fondente al caffè, Ciao

amedeoreply
Settembre 03, 2015 at 08:09 PM

… rileggo, aggiungo grazia alla meraviglia di questi versi gratuiti e senza spasmo benedico

amedeoreply
Settembre 03, 2015 at 03:09 PM

La prosa che porta via, che porta avanti la parola è la poesia nel racconto e non più nei versi. E’ andarsene dal proprio paese per recarsi in un altro e abitarvi la prosa che porta via.

Darrel Standing

frammentireply
Settembre 03, 2015 at 11:09 AM

Mi vengono in mente il turno di notte di Ciaula e l’immensa luna che lo attende, fuori dalla cava, e lo stupisce come un miracolo.
Nessuno è “solo sul cuor della terra”, perché c’è la luna che veglia sul deserto della notte.

Anna Calvanesereply
Settembre 03, 2015 at 09:09 AM

Com’è bello il tuo racconto, Erri. Ho visto le immagini del tuo viaggio scorrere in sequenza come un film. Essere paragonata a un vulcano…per un attimo ho immaginato di essere la viaggiatrice di fronte. Ti avrei ringraziato per la vita in movimento, per l’energia della terra che scalpita e ribolle, per il fuoco che non si spegne, per l’alba che si rinnova. E chissenefrega, avrei pensato, se il vulcano non suggerisce contorni sottili. Non ti avrei chiamato deserto. Grazie Erri De Luca

@dryreply
Settembre 03, 2015 at 08:09 PM
– In reply to: Anna Calvanese

…mentre io, segno d’acqua, avrei colto l’invito ad irrigare.

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