Una visita

Vado in montagna lentamente. Per buone ore i passi risalgono i pendii. I boschi intorno sono irrigiditi, sul ripido gli abeti stanno attaccati al suolo dalla neve.
Più in alto la vegetazione smette, resta la pietra, il ghiaccio e sopra l’aria senza confini. L’inverno è agli ultimi giorni, il vento ha meno forza di comprimere il fiato.
In salita assecondo il moto della terra che continua a spingere in alto le montagne. La cresta del pianeta si solleva e sposta la sua frontiera con il cielo.
Sulla cima mi accorgo del pareggio tra la forza del corpo e quella di gravità. Ho portato il mio peso fino all’ultimo gradino e lo depongo lì.
Il respiro rallenta, dentro di me sento il silenzio di una sala di attesa.
Guardo il girotondo delle montagne intorno, i risaputi profili, i loro nomi. Sto nel centro inventato di una circonferenza, poi sollevo la testa a vista dello spazio e non sto più in un centro. Gli occhi rivolti in su sprofondano nel vuoto delle altezze, le sole che hanno diritto al titolo di altezze reali.
La luce, l’aria hanno splendore di vernice fresca.
Sto sul confine tra il pianeta e lo spazio che l’avvolge. Sono grato al corpo che mi permette di visitare il bordo del luogo e del tempo ricevuto in prestito.
Non sto vicino al cielo, sto su una terrazza della terra. Ci si può vedere il cimitero di chi è salito ai piani celesti, ma non ho questa diottria, i miei sono sepolti interamente in basso e li raggiungerò in fondo a una discesa.

Aspetto che la pausa sulla cima arrivi fino al principio del freddo. Poi mi avvio in discesa, dove i muscoli opposti fanno avvertire il peso che dimentico in salita.
I passi reggono e ammortizzano il carico del corpo che discende. Completo così l’opera inutile e gratuita di un giorno in montagna.
Ho visitato un orlo del pianeta, mio atto di devozione terrestre.
Ho calcato i gradini della scala invisibile formata dall’appoggio dei passi. S’interrompono dove oltre possono proseguire solamente le ali.
Per una volta in più riconosco che una cima non è traguardo, ma vicolo cieco, in fondo al quale c’è da invertire la direzione e tornare indietro.

10 Comments

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Albareply
Marzo 21 at 08:03 AM

Si, certo, le primavere avevano bisogno di te. Qualche
stella
s’aspettava che tu la rintracciassi.

R. M. Rilke

Giuseppe Fiordororeply
Marzo 20 at 03:03 PM

Molto poetica questa visita…

Valeria Dell’Annareply
Marzo 19 at 07:03 PM

I confini… Profili, linee guida, lenti concave per un’anima miope che cerca se stessa. Siamo tutto quello che abbiamo lasciato indietro. Tutto intorno.

Valeria Dell’Annareply
Marzo 19 at 07:03 PM
– In reply to: Valeria Dell'Anna

Perdonami. Ho trascorso una vita a smussare gli angoli per vedere cosa celavano. Ora rivaluto il valore del punto di vista da una certa angolazione.

elesreply
Marzo 19 at 06:03 PM

Arrivare ai bordi dell’infinito,ascoltare il silenzio poi ridiscendere.
Nostro compito: vivere tra gli essere umani,umani come noi e amarli.

-Ma perchè essere qui è molto—-Rilke Nona Elegia

Oggi mi hai fatto compagnia tutto il giorno

emanuelareply
Marzo 19 at 05:03 PM

….Ma arrivare alla cima è comunque un traguardo per chi si vuole congiungere alla natura intera scoprendosi “docile fibra dell’universo”, come diceva il grande Ungaretti

marcovallarireply
Marzo 19 at 11:03 AM

Il traguardo sotto una prospettiva insolita ed interessante

elesreply
Marzo 19 at 10:03 AM

Oggi,come nei tuoi libri più belli,ogni parola ha una gravità,una sua necessità

elesreply
Marzo 19 at 10:03 AM

Leggo.Un momento di grazia prima di affrontare la giornata. Questo spazio è un frammento di mondo,un luogo di incontro delle parole,
una sorta di piccola agorà settimanale.Fa bene all’anima.Finchè si pensa,si scrive ,si parla,si continua ad amare il mondo nonostante tutto

Mario Fossoreply
Marzo 19 at 09:03 AM

le montagne ti chiamano mentre scendi.. sei una di loro.. grazie Erri!

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