Un’opera privata

Cent’anni fa, 1917, in piena rivoluzione russa Boris Pasternak scriveva “Silenzio, sei migliore di tutto ciò che ho udito”.
Aveva udito il rumore della prima guerra mondiale e quello della sua figlia primogenita, la rivoluzione in corso. Il silenzio era stato bandito dal mondo, in esilio nei deserti e sui monti. Era il silenzio della vastità senza di noi.
Per mia diversa esperienza, il silenzio non sta di fuori, ma è da farsi dentro. Durante le ore delle lavorazioni manuali, accanto a una fresa o imbracciando il martello pneumatico, mi chiudevo all’interno di me stesso e inventavo un silenzio a tenuta stagna. Dentro c’erano dei versi letti prima di uscire di casa, un dialogo di Eduardo, una lettera da scrivere al rientro dalla giornata, un rebus ancora irrisolto. Nel mio silenzio immaginario e perciò più fitto, resistevo illeso.
Perciò non mi entusiasma quello di un paesaggio, di un monastero, di una scacchiera, di una sala spenta prima del sipario sollevato. Posso ascoltare parole dentro qualunque chiasso.
Riconosco una precisione nello scarno vocabolario dell’Ebraico antico che usa la parola voce  per lo scoppio di un tuono, il ruggito di un leone, lo  scroscio di grandi acque. In quei suoni si manifesta la voce di una lingua non intesa.
Tutta la scrittura sacra si può intendere come la volontà di una divinità di rompere il silenzio per cominciare a dire. Diversamente da Pasternak, crede che le sue parole siano migliori di qualunque assenza precedente.
Tranne un paio di tavole di pietra distrutte arbitrariamente da Mosè, quella divinità non ha lasciato scritto, ha solo detto. Il suo discorso produce il sentimento religioso e la sua vasta applicazione che sta tra la regola di San Francesco e i roghi dell’Inquisizione, tra il Cantico delle Creature e lo sterminio di avversari in nome suo.
Ammiro la potenza e la presa raggiunta dalla parola della divinità, senza parteciparne. La posso leggere, mischiarla anche al respiro, restando immune alla sua febbre.
Dipende dal silenzio che ho imparato a fare al mio interno.
Per un acquisito isolamento, presa di distanza anche in piena ressa, mi fabbrico  anche adesso che lo descrivo, un silenzio personale, un’opera privata.

Erri

Boris Pasternak
1890-1960

10 Commenti

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ninarispondi
28/05/2017 a 3:45 am

notte senza sonno…poi l’illuminazione
andare a rileggere alcune pagine da
-La pesanteur et la grace- di Simone Weil.
I tempi sono adatti a letture così intense,
a parole così ricche di significato ,anche oggi ,soprattutto oggi.
buona domenica a tutti

Valeria Dell’Annarispondi
27/05/2017 a 11:13 am

…il silenzio in cui l’uomo riesce a intravede se stesso appena nel riflesso dell’acqua del pozzo e il silenzio da cui non riesce a cavare altre soluzioni se non aprire, a furia di provocazioni, la strada che vorrebbe l’altro attraversasse per poterlo vedere più a misura di propria proiezione…

ambrarispondi
26/05/2017 a 12:29 pm

Alle fronde dei salici non appendere la tua cetra.
Ritagliati il tempo per fabbricare la tua opera privata in questa meritata pausa incastrata fra i tuoi spostamenti.
Sarà una pagina inedita di poesia a cui i tuoi lettori finalmente attingeranno dopo lunga attesa.

ninarispondi
25/05/2017 a 9:14 pm

e ancora il silenzio più umiliante di chi non può dire
-non avrete il mio odio-
infine il silenzio più silenzioso di tutti quello dei bambini
che volevano vivere cantare giocare
ma sono morti in mare

Valeria Dell’Annarispondi
25/05/2017 a 3:22 pm

E poi c’è un silenzio, come grembo, che si fa accoglienza e protezione di un’idea che cerca spazio per auto-definirsi..
Ma c’è anche una coppa rovesciata ad indicare il rifiuto al nutrimento. Sotto quale coppa si nasconde la domanda? Le scommesse sono aperte. Punto sempre su quella alla sinistra, in alto. È stata un privilegio, poterci mangiare. Un pasto che ricorre come una domanda, viatico che fa compagnia.

ninarispondi
24/05/2017 a 11:43 am

chiasso fa rima con abisso e il tuo silenzio
personale mi pare troppo autoreferenziale.
ti ammanti e ti vanti di questa opera privata
eppure sai anche tu che i silenzi sono tanti
almeno quanti sono i nascondigli in cui ci
mettiamo quando con gli altri non ci troviamo.

così Marina Cvetaeva

C’è una certa ora_come un peso buttato via:
quando in noi l’arroganza è domata.
Un’ora d’apprendistato,in ogni esistenza
trionfalmente ineluttabile.

………………………………

Oh,quell’ora,in cui, come spiga matura
ci pieghiamo sotto il nostro peso

Questo di Marina è la qualità di silenzio che amo di più,silenzio aperto,silenzio mite….

Giuseppe Fiordororispondi
23/05/2017 a 5:13 pm

E se indagassimo il silenzio come comunione?
“C’è comunione a partire da ciò che non si dice, ma che si vive insieme” (Michel Maffesoli, “La virtù del silenzio”, Mimesis).

tappino torineserispondi
23/05/2017 a 12:32 pm

E’ bello definire il silenzio come ‘opera privata’. Dev’essere un ambiente confortevole per te, lo coccoli spesso nella tua letteratura. In un tuo brano ( credo fosse ‘La doppia vita dei numeri’) mettesti sulle labbra di tua sorella il rimprovero di essere uno schivo a definirsi napoletano. Ti diceva : è inutile che fai quello che si scansa… pure quando stai zitto fai un silenzio ‘napoletano’, la tua città te la porti addosso, hai il marchio di fabbrica sei targato Napoli. In un altro ancora ne riconoscesti la prudenza per eccesso di pratica : “ un silenzio sbagliato arrugginisce il ferro dentro il sangue. Chi per insufficienza tace, è condannato a ripetere nel vuoto delle sere le parole di risposta che non vennero in tempo.” ( Questo me lo ricordo immediatamente, è da “Il più e il meno”… fa parte di un momento di confronto tra noi che conservo con gelosia). C’è pure quello forzato di un bambino che balbettava o di quello che non si poteva lamentare per le botte, o quello reclamato sotto invito in ‘Montedidio’ da Mast’Errico verso un ragazzo che vuol dire qualcosa di troppo … eh… potrei citartene tanti altri, tutti belli come quello che hai scritto oggi. Io non so quale sia il mio silenzio… so che talvolta dà piuttosto fastidio in casa quando cercano di coinvolgermi in conversazioni mentre sono assorta… (mia sorella mi apostrofa con “ è bello vivere in famiglia… conversare, e?”), per questo appena posso scappo e mi godo la pausa alle orecchie e alla bocca. Anche se poi… mica vero che si sta in silenzio davvero. E’ nel silenzio che arrivano le parole, pure quelle della fede, anche se a bassa voce che spesso manco le senti. Si vede che ognuno di noi trova il proprio modo di avere silenzio, di cercarlo, di abitarlo. E se proprio non è possibile farne un’opera privata come nel tuo caso, che almeno sospenda il tormento dei soliti pensieri, dando il largo a quel che il cuore desidera, come fa l’iride prima di ingoiare il giorno.
Ciao poeta… è bello il tuo silenzio con gli occhi azzurri… però se ci parli è molto meglio 
Tappino.

ninarispondi
23/05/2017 a 9:53 am

oggi nel mio silenzio c’è molto rumore.
L’orrore di Manchester
la voce di Falcone
vorrei tacitare tutto questo
ma è inutile, non riesco

Giulirispondi
27/05/2017 a 9:56 pm
– In risposta a: nina

Cerco il mio silenzio nei libri, in Cèline ho incontrato un ascoltatore.

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