Ce n’è di sommersi in dorsali oceaniche, di sparsi sulle coste del Mediterraneo e uno di loro occupava tutto il campo d’orizzonte di una mia finestra d’infanzia. Dormivo in una stanza piena dei libri di mio padre, impilati da pavimento a soffitto, ho avuto i sonni ovattati dal loro spessore. Al risveglio alla finestra c’era il Vesuvio, la sagoma arrotondata di un polipo di pietra accovacciato sopra un golfo perfetto. Alto 1200 metri sopra il mare ,per tentacoli ha le colate di lava irrigidita, che si allungano fino alle rive. A giugno s’ingiallisce di ginestre.
La città Neapolis, prima greca, poi latina, bizantina, sveva, normanna, francese, spagnola, sdraiata alle pendici occidentali del vulcano, si era data un santo specializzato in lave. San Gennaro portato in processione incontro ai fiumi roventi, li arrestava. Lo squaglio miracoloso del suo sangue sotto vetro, simulava il liquido eruttivo e lo ammansiva.
L’ultima sua dimostrazione di esercizio fu nel marzo del ’44, a guerra appena passata. Napoli aveva incassato il maggior numero di incursioni aeree, tra le città d’Italia, il Vesuvio non se la sentì di aggiungere altro fuoco. Eruttò senza effetto di catastrofe, ma con spargimento di ceneri, costringendo a salire sui tetti a scoparla via per non farli crollare.
Più della neve, la cenere e la polvere portano il peso del mondo.
Le notti della prima primavera di pace avevano sulla cima del vulcano il lume rosso acceso, per mia madre il simbolo della libertà, più bello e grande di quello sulla statua  innanzi al porto di New York.
Piazzato a oriente della città, il vulcano ne orienta gli incubi. Ogni napoletano, pure rinchiuso in una cella di Poggioreale, sa dove sta ‘o Vesuvio. Gli fa da bollettino: se ha nuvole a cappello, mette mano all’ombrello. Se lo sogna spento, gioca il 73, se in eruzione allora 84, se butta fumo gioca il 78.
La città scherza, piglia in giro se stessa e il mondo intero, ma non si permette nessuna confidenza col vulcano. Sui fianchi si è ammucchiata la folla di un milione di abitanti d’azzardo.L’umanità si piazza spesso in avamposti avventurosi,  a cavallo dell’orco.
La terra ha forze che buttano gambe all’aria la legge di gravità. I vulcani aggiornano la notizia che la terra non appartiene alla specie umana. Essa è inquilina, sottoposta a sgomberi, a cancellazioni di residenze e anagrafi. La terra è piccola, un solo vulcano in Islanda sparge colonne di ceneri nel Mediterraneo.
La terra è un corpo vivo, sussulta, sposta continenti, innalza catene montuose, disfa isole e ne forma di nuove, innalza i mari o li prosciuga. La terra mischia l’impasto delle viscere in fiamme con il cielo. Da lì riceve semi di vita caduti dalla coda di ghiaccio di comete. La terra ha inventato la formula dell’acqua, combinando due parti di idrogeno con una di ossigeno. Due gas che se accostati esplodono, si sono ritrovati nella goccia, la materia prima della vita. L’acqua è il loro trattato di pace. Buffa e triste la presunzione di chi ne pretende il possesso, mettendo alle sorgenti il cartello di proprietà privata.Vorrebbe dimostrare diritto di possesso sulle nuvole, sulla neve, sulla pioggia. Non vuole ammettere di essere uno sputo di passaggio, la creatura umana, ogni volta trasecola di fronte all’evidenza di essere una pulce ammaestrata, costretta ai salti sul palmo della mano. E’ mia, è mia, strepita come un bimbo con la palla. Invece niente è suo, niente dura nel pugno del possesso.
Amo ogni forza che me lo ricorda, i vulcani e  la loro energia che costringe il ritorno all’umiltà di farsi difendere da un santo.
Erri

Vesuvio e Napoli