Kailash

Kailash

Il premio Nobel assegnato a Bob Dylan ingrandisce un dettaglio della sua trasmissione. I suoi versi magnifici sono meno importanti della sua musica e della sua voce che li incendia. Per lui il Nobel alla letteratura è troppo poco. Non esiste riconoscimento più grande di quello che si è già procurato da solo. Lo intendo come il Kailash, la montagna sacra ai tibetani, proibita alle scalate. Si esegue il giro delle sue pendici, lo si osserva da tutti i versanti ma senza via di accesso. Stavolta l’Accademia svedese mi ha fatto pensare alle montagne.
Solo gli dèi potevano abitare i deserti di neve e di ghiaccio scaraventati in su dalle alte maree del sottosuolo, prima che l’alpinismo ci mettesse i ramponi sopra. Le montagne continuano a salire non per farsi salire, ma per tenere compagnia al vento.
Il Nepal è la sede di molte tra le maggiori immensità verticali della terra. Il titolo di Altezze Reali, usurpato dai re, spetta unicamente a loro.
La valle del Khumbu è la pista maestra per raggiungere le pendici dell’Everest. L’ho percorsa insieme agli sherpa, carichi all’inverosimile dei bagagli nostri, scansando i loro yak solenni, che hanno la giusta precedenza sui sentieri scoscesi.
Alcuni scalatori hanno sentito l’impulso della gratitudine verso il popolo dei portatori che si sobbarca il peso e il rischio dei loro spostamenti. Hanno ringraziato costruendo scuole. Conosco quella voluta e realizzata con l’aiuto di Montura da Fausto De Stefani, ne so di un’altra, in cima alla salita che arriva a Namche, villaggio che a semicerchio accoglie il pellegrino. Perché pellegrinaggio è andare sulle creste della terra.
Namche è stazione di sosta per chi s’inoltra nella valle del Khumbu. La sua pista è stata battuta dai più valorosi scalatori. Su una parete si toccano gli stessi appigli tenuti stretti da generazioni. Sul cammino di Namche si mettono i passi sulle orme dei predecessori. Sul cammino di Namche si sta in una carovana del tempo, dove il passato non si trova alle spalle, ma davanti, passato e ripassato innanzi a noi. Si va dietro a molti che per quella stessa pista non hanno fatto ritorno.
Senza raggiungere la temperatura del credente, in qualche posto e in qualche ora però avverto la presenza di assenti. Buffo dire così: la presenza di assenti. Li chiamo come a scuola, quando da una cattedra si chiamavano i nostri nomi e c’era qualcuno che rispondeva “assente” per l’alunno mancante. Ci sono dei luoghi e dei momenti, in montagna, dove mi trovo a rispondere di assenti.
Divago, faccio così quando m’infilo nel vicolo cieco di una cima, in fondo alla quale sbatto contro lo sbarramento del cielo e ho da tornare indietro. Piantare una scuola su terre difficili è piantare un albero. Avrà le sue generazione di frutti, crescerà allargando la sua chioma in alto e la sua ombra in terra. Questo fanno gli alberi, le scuole, le montagne: spargono i frutti e l’ombra.
Erri De Luca

 

Foto Archivio Fondazione Erri De Luca

11 Commenti

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“Kailash” (Erri de Luca) | nomadasemprerispondi
01/11/2016 a 3:57 pm

[…] na web de Fondazione Erri de Luca. Traducido por […]

“Kailash” (Erri de Luca) | exodo21rispondi
01/11/2016 a 3:32 pm

[…] en la web de Fondazione Erri de Luca. Traducido por […]

elesrispondi
25/10/2016 a 9:40 pm

ho invitato io E.Jabes E mi ha detto
-Essere due è essere il giorno composto
del mattino e della notte-

Amedeorispondi
24/10/2016 a 8:26 pm

Dice : ma che c’entra ?
Dico : niente
Dice : e allora ?
Dico : lo dico lostesso
Dice : ma come ?!
Dico : dico che la verità … La verità … É solo il contrario della menzogna.
Dice : ma cosa centra qui ed ora ?
Dico : niente
Dice : ma allora cosa ? Cosa !
Dico : cosa ? Non l’ ho invitato io Edmond Jabês , l’ hai visto, é apparso senza il mio permesso.

Valeria Dell’Annarispondi
20/10/2016 a 8:08 pm

Qualcuno tornerà a riprendersi la chitarra. Non è una zavorra.
I punti di partenza coincidono spesso con la fine di un percorso; altre volte sono la ragione per cui tornare, il filo che ci lega alla vita e il suo senso. Centro verso il quale ri-porta il dialogo. Non tutti divagano. Ma la fede porta anche a casa.

elesrispondi
19/10/2016 a 8:33 pm

per i poeti il tragitto è meta
al tramonto è con loro
che le cose del mondo
sono più nitide e dolci
sia nel mare di nebbia
sia in cima a una vetta
sia al chiuso di una torre
semplicemente ci dicono
_noi siamo un dialogo_
mentre continuano a
suonare le loro parole
ostinatamente

Amedeorispondi
19/10/2016 a 8:21 pm

Suono, male, ma, amo, la chitarra. Sigh

Valeria Dell’Annarispondi
18/10/2016 a 7:28 pm

Di cosa hai più paura, del tragitto o della meta?
“Che cerchi, poeta, nel tramonto?” (Machado)

ambrarispondi
18/10/2016 a 1:30 pm

Non esprimo giudizi su Bob Dylan perché lo conosco poco. Ma è sempre un piacere leggere Erri scrittore di montagne, ascoltarlo parlare di montagna, riascoltare frasi o parole che ha già detto. Se le riscrivesse o ne riparlasse tutti i giorni, mi bloccherei ad assaporare lo stesso piacere tutti i giorni.
Ancora, Erri, ancora.

elesrispondi
18/10/2016 a 11:30 am

cosìLeonard Cohen
-Dare il Nobel a Dylan è come dare una medaglia all’Everest perché è la montagna
più alta-
per me è stato,è e sarà colonna dorsale
della mia generazione e non solo….
punto di svolta da cui non si può
prescindere.
il primo a chiedere,con voce bruciante,
oh where have you been
my blue eyed son
ancora oggi la risposta
blowing in the wind
a mia figlia,ai suoi amici ai tanti ragazzi
per farli tornare fuori nelle strade,insieme,
prima che la pioggia cominci a cadere

Daubmirrispondi
18/10/2016 a 11:17 am

Mi piace molto come scrivi, ti seguo da tempo, sebbene da lontano (tra le Highlands scozzesi, le hai mai percorse?) e condivido oltre all’eta’ alcune delle tue passioni, tra cui l’ebraismo e la lingua ebraica — belli i libri che hai scritto e quelli che hai… tradotto. Questi ultimi fanno parte ancestrale della mia cultura semita e apprezzo la tua interpretazione.
Graditi i tuoi pezzi su Dario Fo e Bob (Zimmerman) Dylan: Nobel che muore, Nobel che nasce…
Grazie.

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