Per l’ amico Danilo De Marco, fotografo nel mondo

Uno che scrive a inchiostro su quaderno mette il suo tratto nero sopra il bianco assorbente. Questo non succede con le fotografie di Danilo De Marco. Il suo biancoenero non è sovrapposizione di strati, ma alleanza lucente di due opposti. Lui va a cercare nei meridiani del mondo la tenuta della specie umana sulla terra. Ho sfogliato negli anni la sua collezione di incontri. In ognuno si trova la premessa di un’intesa stabilita con i luoghi e con le persone che vi abitano. Danilo De Marco ha bisogno di tempo e di lentezze per entrare in contatto, bussare da ospite presso una comunità imparando il costume e il silenzio locale. Nello spazio impresso dalle sue fotografie lui deve prima averci abitato. Poi può allontanarsi e mettersi dal punto di vista di chi lo racconta.
In questo siamo simili, non inventiamo storie, non costruiamo immagini, ma le raccogliamo dopo averle imparate. Un’ altra sua esigenza è la fraternità. Lui s’incammina verso i luoghi dove le strade smettono e iniziano le piste, dopo avere studiato le ragioni di un territorio. Cosa lega alla terra una comunità, cosa la scaccia, cosa la minaccia. Da uno spunto di fraternità parte il suo viaggio, sacco in spalla e bagaglio di viandante, minimo per necessità.
Torna magro, ammaccato, esausto da ogni viaggio e si rinchiude nella luce rossa di una camera oscura a sgranare fotogrammi uno per uno, nel bagno dell’acido di sviluppo, sotto la lente dell’ingranditore. In questo ancora ci somigliamo, nel bisogno di un isolamento per mettere insieme i fogli di un’ esperienza. Entrambi siamo senza moglie, figli, della specie di quelli che i semi li hanno dispersi. Perciò oppure senza perciò siamo raccoglitori, che vanno a spigolare riportando un resto.
Chi si piglia la briga o la curiosità di immaginare le mani che raccolsero le foglie di tè, che sfuse o in sacchetti colorano l’ acqua bollita della bevanda che ci prepariamo? Chi ha voglia di fare all’indietro il viaggio di una pianta che non cresce nei luogo dove viene gustata? Per il tè non si dà chilometro zero, si dà invece un asservimento della manodopera, antico e immobile. Danilo De Marco è andato in cerca delle mani che colgono le foglie da prima a ultima luce del giorno, le mani delle donne che arpeggiano la pianta con le dita, spogliandola senza ferirla.Intorno alla loro perizia premurosa si strappano a fascine le vite umane dal suolo come erbacce, nell’infinita guerra del popolo Tamil.
Gli spicchi dei meridiani suddividono il pianeta in parti uguali, ma resta mal divisa la diversa fortuna delle mani che raccolgono in tremito, dalla fortuna delle mani che portano alle labbra tranquille le medesime foglie dell’albero del tè.

 

(Foto di Danilo De Marco)

2 Commenti

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susannarispondi
14/06/2014 a 8:35 pm

Le passioni, la curisità la voglia di fermare un momento non per mostrarsi e dare un’immagine di se e degli altri del luogo dove si è , rappresentare una realtà alcune volte ritoccata . ma fermare quei momenti che rappresentano una parte di mondo in bianco e nero, nere come le mani delle raccoglitrici di tè nero come l’anima di chi vive per far male, come la bellezza nell’indossare un abito da sera appunto nero come la notte,
amo la fotografia è un’arte fra le arti se l’occhio di chi guarda riesce a fissare a penetrare il mondo e la storia spesso è più poesia della poesia. Mi fido
del giudizio di erri e mi piace come lo ha rappresentato, un saluto al fotografo e un saluto ad erri

nives1950rispondi
12/06/2014 a 3:50 pm

Luigi Verdi suggerisce di abitare la lentezza, la semplicità, la leggerezza….
Forse Danilo De Marco…sceglie proprio questo, partendo ogni giorno verso la verità, il senso…verso l’essenza del vivere e di se stesso.
Anche le piccole foglie di tè…hanno storia, ambienti, significati, insegnamenti…
concentrati in un’infuso aromatico antico…dal sapore del dono e della bellezza.

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