Credo di aver conosciuto più operai che gente di lettere. Mi sono trovato più spesso negli spogliatoi a mettere e togliere tute, che a congressi letterari.
Lo spogliatoio di una fabbrica, di un cantiere è a due velocità. Lenta quella di spogliarsi, ripiegare i panni, le scarpe, prima di infilare quelle da lavoro. Più svelta la velocità di fine turno a rivestirsi per tornare a casa.
Mi tornano in visita facce con le quali ho condiviso per anni le ott’ore quotidiane.
Ripenso alla busta paga a fine mese, consegnata a mano, in fila, come una processione. Sono stato in posti che la ritardavano di settimane, la rimandavano. Mi dispiaceva di provare sollievo a prenderla, come una gentile concessione. Mi dispiaceva il bisogno di averla in tempo, prima di finire i soldi.
Si capisce che restano impresse le facce con le quali ho condiviso questo.
Ho lavorato in epoche di scarsi macchinari e prevalenza di strumenti antichi, pala, piccone, mazza. Ne parlo qualche volta con qualche anziano che l’ha passata uguale.
Una volta è capitato di guardare insieme un programma televisivo su dei lavori archeologici.
I loro strumenti di scavo sembrano miniature rispetto a quelli usati da noi: palette, picconcini per non rischiare di danneggiare dei possibili reperti.
Assistevamo pensierosi. Poi l’altro tira fuori un pensiero conclusivo: “Se torno a nascere, faccio l’archeologo”.





Regalai ad Erry un frammentino di ceramica ad impasto con delle impressa, era antica, tra le più arcaiche con tanti troppi millenni sulle spalle.
Qualche anno dopo uno scarto di selce, del Gargano, liscia e lucente…potente.