In un gioco enigmistico si chiedeva il verbo corrispondente a: vivere stentatamente. La soluzione era: campare.
Non sono d’accordo, per me campare non coincide col vivere di stenti. Si può campare alla grande, dire di una piacevole situazione: questo si che è campare.
Ho usato il verbo una volta con mio padre.
Nei miei trent’anni facevo lavori manuali, dopo i vent’anni nei movimenti rivoluzionari.
Lui sperava per me una vita migliore e mi proponeva qualche alternativa in cui poteva inserirmi.
Gli dissi allora che mi aveva già campato abbastanza, fino ai diciott’anni.
Usai il verbo campare in forma transitiva, scorretta, ma in quel momento venne fuori così.
Gli dicevo che dovevo cavarmela da solo, come già facevo.
Lui mi obiettava che era proprio quello il momento di un aiuto da parte sua; perché ero da solo, non avevo più intorno la comunità politica dei vent’anni. Ero nei trenta e da solo, spiantato da loro.
Così era, non c’era più l’accampamento delle lotte e delle insonnie comuni.
Ma non potevo farmi campare da lui a trent’anni senz’arte né parte.
Da una definizione enigmistica è venuto fuori un ricordo di mezzo secolo fa, un mio uso improprio del verbo campare.
Oggi campo di scrittura che è un uso improprio della vita stessa.





Sì può scampare a se stessi come bersaglio e finire col campare sospesi nella forma che soltanto uno scultore di anime riesce a cavare da un sasso per fionda. Alla fine della traiettoria discendente, però, c’è un po’ di pace; sentire la fame e la sete è un esercizio per imparare a tornare… Ad ascoltare quello che non si è mai detto però si è pensato di se stessi,
quando ci si è visti lì così in alto da sembrare un puntino.