Dal lucernario la luce del giorno più breve si posa sul tavolo nel punto più lontano, segnato da un mio taglio di coltello.
Per qualche giorno resta lì, poi tornerà a strisciare verso il centro.
È il tempo di un avvento atmosferico, quello che più mi riguarda.
Molti millenni prima delle parabole cristiane, la specie umana è stata sensibile ai cicli della luna e alle parabole del sole sopra l’orizzonte.
Questo mi spiega perché i solstizi intervengano di più sulla parte preistorica del mio sistema nervoso.
Intorno al solstizio d’inverno si muove il fervore di feste familiari.
Mi rallegrano senza il desiderio di aderire.
Ascolto volentieri le risapute musiche.
Mi ricordano i balli della gioventù nei quali restavo seduto.
Non ho acceso finora neanche un solo fuoco d’artificio.
M’intendo di quello nel camino, della sua brace al buio.
Intorno si scambiano fitti gli auguri, usando l’abbondante plurale.
Da parte mia penso a un augurio alla volta, che esprima un circoscritto desiderio.
Formulato così, puntato su un solo traguardo, potrebbe realizzarsi.
Un plurale di auguri è troppo impegnativo da esaudire.
Il mio sta in un paio di versi di Nazim Hikmet.
“La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio come fa lo scoiattolo,
senza aspettarsi niente dal di fuori”.





E questo è l’haiku che ho scelto come augurio personale:
“E subito riprende
Il viaggio
Come
Dopo il naufragio
Un superstite
Lupo di mare
(“Allegria di naufragi” di Giuseppe Ungaretti)
La vita non andrebbe misurata in anni ma in “viaggi”, considerando che i numerosi naufragi sono niente altro se non la grazia di un confronto dialettico con un Dio che sembra voler stimolare il desiderio di ripartire, più che la necessità di partire.