Leggo un breve saggio di Hannah Arendt sulla sua condizione di rifugiata, pubblicato nel gennaio del 1943, in piena guerra.
Scrive che i rifugiati sono degli ottimisti. Credono in un posto migliore di quello che lasciano, nel suo caso la Germania degli anni ’30.
“I più ottimisti tra noi arrivano a dire che la loro vita precedente era passata in una specie di esilio inconsapevole e che solo il nuovo paese aveva fatto loro sapere a cosa assomiglia una patria”.
Aggiunge che il rifugiato pretende di esprimersi meglio nella nuova lingua che nella sua.
Riferisce che accanto a questa disperata volontà di attecchimento c’è lo strappo dello sradicamento, che sfocia nei suicidi.
“L’ottimismo forsennato è a due passi dalla disperazione”.
L’immensa deriva di persone che emigrano per cause di forza maggiore è definita in vari modi, dall’accoglienza o dal respingimento.
Preferisco la dicitura rifugiati.
Ancora Hannah Arendt precisa: “La storia contemporanea ha generato degli esseri umani di genere nuovo, mandati nei campi dì concentramento dai loro nemici e nei campi di internamento dai loro amici”.




