Le pecore di Giotto

Nelle ere glaciali il peso degli strati accumulati ingessava la terra comprimendola. Nelle ere degli scongelamenti la superficie affiorava riprendendo a muoversi, a salire, sollevata dall’oppressione. Le montagne si alzavano sotto la spinta di grandi collisioni sotterranee.
Di recente il Nepal e la Cina si sono accordate su di una nuova misura dell’Everest: 8848 metri e 86 centimetri su livello del mare. Ma il mare si solleva per altri scioglimenti, la misura si dovrà aggiornare. È l’ultimo capitolo del romanzo di un pianeta che si trasforma continuamente.
Geografia è un’espressione poetica della lingua greca, significa: scrittura della terra. Le montagne sono le sue lettere maiuscole.
Da lettore sono abituato a leggere scritture ovunque, ma ancora prima dei libri si poteva leggere il mondo sul manto dei leopardi, sulle costellazioni, sul volo delle gru, sui fondi di caffè, sui palmi delle mani.
Ovunque è sparsa una scrittura di segni. Adàm che dava i nomi agli animali nel giardino di Eden, li leggeva.
Giotto, pastore da bambino, raffigurava pecore. A chi ne guarda un gregge, sembrano tutte uguali, ma il pastore deve e sa distinguerle. Con i disegni delle pecore a lui affidate, Giotto scriveva l’identità di ognuna.

Dove non percepisco scrittura è nell’alfabeto dei numeri. Leggere che di noi ne sono morti ieri 690 di polmoniti doppie, non me ne fa distinguere  nessuno, e così me li cancella. È comodo e utile il calcolo, ma comporta astrazione.
In ognuno di noi vedo una geografia in cammino e nella sua ombra una parentesi aperta.

4 Commenti

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Orietta Scircolirispondi
22/01/2021 a 11:55 am

Nella loro scrittura gli ebrei non mancano di nulla. Oltre le parole, ogni loro lettera alfabetica, ha valore di suono, significato, direzione, stella, ….Numero. nella bibbia abbiamo intere pagine raccolte in “Numeri”..Le nostre lettere, per quanto belle e compongano il nostro linguaggio, tra i più belli delle lingue “vive”, non hanno un valore numerico. Sono solo elencate nell’ordine dovuto.
Ogni piccola un Nome, come Gesù che andò a recuperare l’ultima pecorella del gregge…per lui non era un numero, 99, 100, ma un essere vivo, chissà…era docile o riottosa, distratta dal guardare la bellezza dell’erba o capricciosa…chissà, il Vangelo non lo dice.
E neanche le statistiche ci dicono le caratteristiche e i sensi e i compiti esistenziali, i dolori e le gioie, i nomi degli affetti più cari.
Nulla. Immondizia. Nella cacca piy’ cacca di tutte…PLASTICA SCURA, merce andata a male…di cui liberarsi quanto prima per non sentire il puzzo della putrefazione. La frutta andata a male, gli abiti cinesi strappati, gli stracci per spolverare ormai inutilizzabili, le sfoglie di cipolle marcite, carte stracce, vecchie cose inutili e a volte dagli odori mefilitici, l’aria appestata, l’acqua scura di alghe morte e plastiche d’ogni tipo, mascherine ed assorbenti….Amici, “come dentro così fuori”.
Che questi corpi maltrattati fisicamente e eticamente ci siano di avviso: un nome per avere senso e significato, deve essere “chiamato”…il virtuale non chiama, scrive e spesso male, i Nomi sono meno importanti dei colori degli emoticon.
Se non sentiamo la voce, non una espressione…daremo ragione agli statisti e ai governanti…,anonimi numeri che colpiscono come pugni a chi di astrazione non è capace…Alziamoci, sull’esempio delle montagne e delle pecore e dell’erba. Innalziamoci come geni di vecchie lampade. L’umanità e’ la vera montagna e la parola d’ordine per riconoscerla nell’assenza di ognuno, ce la consiglia la favola della vecchia lampada, che non si butta via e che ha il suo post, il suo giaciglio, tra tesori, gioie e pietre preziose…”Apriti Sesamo”.
Orietta Scircoli

Valeria Dell’Annarispondi
16/12/2020 a 8:05 pm

… “Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non esisteva uno”…
E il granello di sabbia e la montagna. E il chicco di riso sulla bilancia. E la goccia nel vaso, la stessa nell’oceano. E l’uomo e suoi tarli. Davide e la profondità dei pensieri di Dio. E poi il pollice e l’intero braccio, il piede e il cammino da intraprendere. E lo yard e la trave nell’occhio, Il nanometri e il virus e il virus e l’uomo. L’unità e l’infinito, dicevo, e la goccia che faceva traboccare l’oceano. Dicevo che la montagna non era più un ostacolo inaccessibile.

Reblog: Le pecore di Giotto — Fondazione Erri De Luca – Il Canto delle Muserispondi
15/12/2020 a 1:56 pm

[…] Le pecore di Giotto — Fondazione Erri De Luca […]

Danielarispondi
15/12/2020 a 11:26 am

i morti quando diventano numero perdono la propria identità, le loro storie individuali vissute si accumulano nella cifra. Hanno un nome e scrosci di lacrime nella loro piccola realtà, ma visti insieme diventano macigno freddo che sgomenta e attende giustizia almeno attraverso una degna sepoltura. Perchè delle mancanze gravi che alcuni hanno dovuto subire non ci sarà seguito, non ci sarà giustizia per chi ha accelerato la loro dipartita. Chissà forse l’innalzamento lento delle montagne è una risposta inversamente proporzionale ai vari stadi dell’ involuzione umana. Grazie per le riflessioni che come sempre qui si raccolgono.

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