I limiti

I limiti sono soglie calpestabili, la specie umana li sposta continuamente in ogni campo delle sue attività. Dai telescopi che esplorano le galassie alla biologia che fruga tra i segreti delle cellule, avanzano le conoscenze spostando i limiti precedenti.
Perciò non può avere potere di arresto un confine tracciato a matita sulla faccia della terra. Le montagne non sono muraglie a difesa, sono invece il più fitto sistema di passaggio non sorvegliabile da un versante all’altro. Il mare non è il fossato del ponte levatoio intorno a un castello, ma il nostro più antico sistema di comunicazione. La navigazione precede la strada battuta.
Con queste premesse sciama l’alveare umano preso a zampate da qualche orso, e in cerca di un ramo sul quale riabitare, di un polline da trasformare in miele.
I governi congegnano barriere, nuove leggi per negare una per una le sette opere della misericordia. Mentre le leggi per annegare valgono da venti anni, dall’affondamento volontario del barcone albanese Kater i Rades durante la Pasqua del 1997, da parte di una nave militare italiana in Adriatico.
Ma l’alveare umano viaggia con la propulsione delle energie rinnovabili delle necessità, spostando e scavalcando i segni convenzionali dei confini.
I nomi di ognuno di loro hanno smesso da tempo di essere stampati dentro un documento, carta straccia in partenza. La loro morte ha smesso di essere una circostanza personale.
Solo le fotografie conservano l’ultima notizia, non segnaletica, di una identità, di una persona estratta dal suo mucchio e affacciata su carta o su cristalli liquidi. La fotografia cancella il “Se” dal titolo di un libro di Primo Levi: Se questo è un uomo.
Niente “Se”: questo è un uomo.
Erri

Botovo, Croatia. Migrants crossing the border to enter Hungary. October 2015
Foto di Giuseppe Chiantera www.giuseppechiantera.com

 

Insicurezza

Uno studente in una scuola mi chiede come superare l’insicurezza che lo blocca. Comincio il tentativo di risposta negando che l’insicurezza blocchi. Nel gioco e nelle cose serie si prendono decisioni e si compiono mosse senza il beneficio della sicurezza. Neanche quando si attraversa a piedi una strada ci si sente sicuri. Si fa attenzione e poi la strada l’attraversiamo.
Un attore che sta per entrare in scena a teatro, anche se è alla centesima replica, non ha la garanzia in se stesso di riuscire anche quella sera a svolgere il suo ruolo. Allora fa scongiuri, si da la carica insieme agli altri. La sua insicurezza è la qualità che gli permette il massimo di impegno e di concentrazione.
Se al contrario si sente spavaldo, si lascerà andare a una recitazione automatica, svuotando il personaggio della sua verità. L’attore sicuro di sé, è per questo mediocre.
L’insicurezza è un valore. Permette di esplorare parti sconosciute di se stessi, mettendosi alla prova.
Fallire per insicurezza è fallire a metà, lasciando aperta la possibilità di riuscire meglio. Fallire in piena sicurezza di sé, invece, non permette appello. Evidentemente non si sapeva fare di meglio.

Da giovane l’insicurezza contiene il futuro: chi sarò da adulto? La domanda si fonda sul fatto che le possibilità, a prescindere dal censo, sono svariate e tutte aperte, dal missionario al gangster. Diventando adulti, le variabili si riducono a un solo risultato. L’adulto è un resto semplificato di quello che era contenuto nel suo stadio giovanile.
Scrivo questa pagina senza certezza di raggiungere l’intento col quale l’ho iniziata. Incoraggiare: sorridendo alle proprie preziose insicurezze.
Erri

Batteria solare

Un antico trattato commenta uno dei primi versi di Genesi/Bereshìt: “Sarà luce. E fu luce”. Spiega che la luce esisteva già, ma furono le due parole: “Ieì or” ( sará luce) a rivelarla al mondo, spargendola a distesa. Dal verso e dal commento imparo che le parole illuminano la realtà, la rendono visibile e le danno concreta definizione. Le parole arrivano a spiegare la realtà, nel senso di svolgerla da un rotolo.
Il vocabolario è perciò una sorgente luminosa, contiene un’energia inesauribile, gratuita, alla portata di ognuno. Chi non ne approfitta, limita la  capacità d’illuminazione dei suoi paraggi.
Le parole sono il più potente strumento a disposizione di chi ha necessità di difesa da un torto, da un’oppressione. Una comunità che deve battersi per il riconoscimento di un suo diritto, per prima cosa convoca un’assemblea. Prende la parola. Il verbo è giusto: anche in una democrazia formale la parola non è automaticamente concessa. Va presa. L’assemblea prende la parola, ascolta gli interventi, le proposte, le mette ai voti.
A questo punto la parola presa va mantenuta, tenuta stretta in mano perché non cada a vuoto. Qualunque sia l’azione deliberata, anche l’estrema, ha la sua premessa nella parola presa e condivisa.

Salgo su qualche pedana, invitato a dire la mia, poi scendo, non resto sul podio. Non sono un delegato a dire a nome d’altri. Posso servire da amplificatore delle ragioni di una comunità che chiede un po’ di ascolto. Usa per questo la parola, il più potente mezzo di evoluzione di una società e probabilmente della specie umana.
Uso il vocabolario, batteria solare che serve a rischiarare, verbo che contiene insieme al chiaro anche la voce rischio, giusto e necessario, di chi si alza in piedi a prendere parola.
Erri

New York City, Foto Archivio Fondazione Erri De Luca