Naufragio

Il terremoto è un naufragio in terra. Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie.
Si abita un suolo chiamato per errore terraferma. È terra scossa da singhiozzi abissali. Questi di stanotte sono partiti da oltre quattromila metri di profondità. Qualche giorno fa stavo agli antipodi, oltre quattromila metri sopra il mare. Quel monte delle Alpi non è un meteorite piovuto dal cielo, ma il risultato di spinte e sollevamenti scatenati dal fondo del Mediterraneo. Forze gigantesche hanno modellato il nostro suolo con sconvolgimenti.
Si abita una terra precaria, ogni generazione cresce ascoltando storie di terremoti. Così, con le narrazioni, i vivi smaltiscono le perdite. Le macerie si spostano, si abita di nuovo lentamente, ma al loro posto restano le voci, le parole degli scaraventati all’aperto, a tetti scoperchiati. Ricordano, ammoniscono a non insuperbirsi di nessun possesso.
Arriva cieco di notte il terremoto e sconvolge i piccoli paesi. Ma i mezzi di soccorso sono di stanza nei grandi centri. Fosse un’invasione, quale generale accentrerebbe le sue forze lontano dai confini? Per il protettor civile questo ragionamento non vale. Ogni volta deve spostare le sue truppe con lento riflesso di reazione. Ai naufraghi nelle prime ore serve il conforto al cuore di un qualunque segnale di pubblica prontezza. Invece arriva prima un parente, un volontario, un giornalista. Il terremoto è anche un’invasione, contro la quale avere riserve piccole e pronte sparpagliate ovunque.
“Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. La frase di guerra di cent’anni fa del soldato Ungaretti Giuseppe racconta il sentimento di stare attaccati all’ albero della vita con un solo piccolo punto di congiunzione.

Erri De Luca

 

 

Purgatorio

Ho saputo un fatterello di Napoli leggendo un romanzo americano di mezzo secolo fa. Saul Bellow in “Le avventure di Augie March” racconta un breve passaggio napoletano del suo personaggio. In una via di Napoli incontra un vecchio seduto su una sedia che espone questo cartello: “Approfittate della mia morte imminente per mandare un saluto ai vostri cari in Purgatorio: 50 lire”. Il messaggio è un capolavoro letterario, contiene supplica, ironia, raggiro, sobrietà, psicologia.
Al primo posto metto il luogo di consegna dei saluti, il Purgatorio. È la sede ideale per la maggior parte dei defunti, non così reprobi da meritarsi il castigo eterno, né così angelici da accedere subito alle beatitudini celesti. Il Purgatorio è l’esame di riparazione che riguarda la stragrande maggioranza dei possibili clienti del cartello.
“Approfittate della mia morte”: è così sobrio da non promettere visite in sogno con i numeri della successiva estrazione del lotto, regolare richiesta che ogni napoletano fa ai propri cari estinti. Sobriamente si limita a recapitare un saluto. Massimo Troisi non ha saputo di questo cartello, altrimenti avrebbe imbastito uno dei suoi dialoghi esilaranti che affrontano la materia religiosa con scherzo affettuoso, senza offendere la sensibilità dei credenti, dall’annunciazione alla richiesta di favori sotto la statua di San Gennaro.
Il cliente si avvicina al vecchio, versa le 50 lire, il pagamento dev’essere anticipato. Fornisce le generalità del defunto da salutare, meglio con qualche descrizione fisica, in caso di omonimia. Un solo caro? Non si potrebbe salutare anche un altro? Un modico sovrapprezzo permette sconti per gruppi organizzati. Il cliente non chiede come avverrà il riconoscimento, in che tempi: una volta creduto, il Purgatorio sbrigherà le sue pratiche in maniera più efficiente del locale Municipio.
Il teatro napoletano ha potuto raccogliere dalla strada il repertorio dei suoi spettacoli, senza bisogno di ambientarli nell’antichità, come ha fatto la grande tradizione europea. Shakespeare, Racine non disponevano di contiguità col marciapiede napoletano.
Oltre la cattolica, nessuna religione ammette una stazione di transito per defunti. Napoli ne è la sintesi in terra. La sua superficie miscela a dosi pari i fuochi eterni del sottosuolo e le beatitudini celesti delle sue belle giornate.
Erri De Luca

 

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Foto Archivio Fondazione Erri De Luca