Radicalismo

Le parole posseggo una forza di suggestione capace  di travisare la  realtà. Radicalismo islamico: riferito agli autori di attentati, lo dimostra. Si tratta con evidenza del contrario: di superficialità criminale dell’Islam da parte di aderenti improvvisati. Nelle loro biografie di bassa delinquenza la scelta di definirsi islamici è una infatuazione che poteva prendere qualunque sigla. Hanno preso quella più strombazzata, di vendicatori del Califfato.
Radicalismo invece indica approfondimento, ricerca di radice.
L’espressione infelice usata dagli organi di informazione ha così il potere di fuorviare la comprensione della realtà e deformarla. Intanto consegna una patente di pensiero a chi ne è privo, ma aggiunge pure il danno di calunniare una religione che presa alla sua radice giustificherebbe i crimini dei suoi fanatici.
Questi attentatori non hanno approfondito nulla. Ridotti ai loro giusti termini si tratta di criminali che si ergono a boia di indifesi. Sono criminali che desiderano la ribalta di una strage. Sono il nulla che sa essere micidiale ma che non ha nessun potere di cambiare la realtà. Il nulla può solo fatturare lutti.
La nostra comunità deve e può temere questi miserabili maledetti? La mia risposta è no.
Erri De Luca

Un crocevia sgangherato

“Ecce Europa”, questa è la mia didascalia sotto questa immagine. Ecce Homo è la frase di Ponzio Pilato a proposito di Cristo dopo la flagellazione, secondo il Vangelo di Giovanni. Qui non c’è un uomo, ma il continente della civiltà occidentale ridotto a brandelli. Questa fotografia è il suo autoritratto di oggi.
Una favola orientale racconta di sei ciechi che tastano un elefante. Uno tocca l’orecchio e dice che l’elefante è un grande ventaglio. Il secondo tocca una gamba e dice che invece è un albero. Il terzo tocca la coda e dice che è una corda. Il quarto tocca la punta della zanna e dice che è una lancia. Il quinto tocca il fianco e per lui è una muraglia. Il sesto tocca la proboscide e conclude  che si tratta di un serpente. Come i sei ciechi, nessuno è in grado di definire oggi l’elefante Europa. Chi dice che è un sistema bancario, chi una burocrazia, macché si tratta di una semplice moneta, no, è una fortezza assediata, nient’affatto, è un’assicurazione contro gli infortuni, chi invece la vede come una Babele di lingue. Perciò ci vuole il piano a figura intera di un passante  sgomento per rivelare con un solo scatto l’ultima notizia che ci definisce. L’Europa oggi è un crocevia sgangherato. Da sostenitore della sua Unione, aspetto migliori notizie dal prossimo fotogramma simbolo. L’Unione Europea è stata e resta il migliore presidio contro i nazionalismi ostili e contro la legge del più forte. Si può perdere qualche paese membro, ma si deve andare verso un più saldo trattato dei restanti.
Il nostro suolo ha le energie e le intelligenze per indirizzare il cammino di quel forestiero disorientato e di noi stessi.
Erri De Luca

un paese al bivio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto di Luca Mattiucci

Un secolo fa

Erri_4 luglio 2016

In questa foto ai piedi della rozza croce c’è un groviglio di filo spinato arrugginito. Sta per la corona di spine alle tempie di una gioventù salita sul patibolo dei monti più belli del mondo.
Gli eserciti nei secoli precedenti avevano attraversato le Alpi per combattere a valle. Nessuno prima del 1915 era salito per una guerra in montagna.  Le più assurde battaglie si sono svolte nelle quote al di sopra dei boschi, tra le pietraie e le stelle.
Una generazione, primizia del 1900, tornó a vivere e a morire nelle caverne. Erri_2_4luglio2016

Durante gli inverni erano sospese le operazioni militari. Si moriva allora di morti naturali, di freddo e di valanga.
In Dolomiti mi aggiro tra resti di postazioni difensive, passando per le cime dopo le scalate. Mi fermo un minuto, mi siedo su una pietra, immagino l’ascolto di voci di ragazzi, vissuti brevemente in un luglio di cento anni fa.
Mio nonno Adolfo De Luca è stato qui, da qualche parte, alcune foto lo tengono tra monti e cannoni, in uniforme. Morí a casa sua pochi anni dopo. Aveva già tre figli quando fu richiamato. Come si usava allora, mise incinta sua moglie prima di partire. Mio padre fu il risultato di quella premura.
L’albero genealogico di ognuno è opera di tempeste più che di gentili innesti da giardiniere. Quando a mio padre toccó il suo turno in altra guerra, fu soldato tra i monti. Questi precedenti mi spiegano che ci faccio tra precipizi e cime.
Il minuto è trascorso, mi alzo e mi avvio in discesa. È passato un secolo e posso scendere senza foglio di licenza, senza disertare.

Erri De Luca

Foto Archivio Fondazione Erri De Luca