Percepisco da scrittore il diritto d’autore. Il mio reddito è passato da manuale a intellettuale, riportandomi nella classe detta borghesia, nella quale sono nato.
Per trent’anni, dal 1968 al 1998, ho vissuto al di sotto della condizione borghese.
Mi sono poi lentamente abituato a disporre di più dello stretto necessario.
In inglese si dice copyright, diritto di copia. Mi sembra più giusto del diritto di autore, titolo che m’imbarazza un poco. Perché adopero la lingua italiana che non è una materia prima da elaborare. È il giacimento della cultura e della civiltà. Estraggo da qui le parole di questa pagina. Attribuisco la formula “diritto d’autore” alla lingua italiana. Tengo per me il diritto di copia.
Nell’infanzia napoletana l’italiano era la lingua della borghesia, che considerava il dialetto socialmente inferiore.
Per me il napoletano è la presa diretta con la realtà. La vita mi succede in napoletano, i sensi la percepiscono con la sua prontezza di riflessi.
Poi c’è il secondo tempo dell’italiano che sistema la realtà dentro una forma compiuta, in lettura, in scrittura. Avviene dentro di me un cambio di vocabolario che passa dall’istinto all’esperienza.
Sono lettore di enigmistica. Il campo giochi di rebus, sciarade, anagrammi, parole crociate è esclusivamente in lingua italiana.
È il tappeto volante del mio tempo lieto.




