Il maestro delle elementari era magro, spiritato, collerico. Ricordo le sue sfuriate, le grida contro noialtri alunni, le discese fulminee tra i banchi a strattonare qualcuno di noi. Usava anche colpire con degli schiaffi sulla nuca.
La scuola di allora faceva un grande sforzo di uguaglianza. Aiutava i più poveri, forniva loro una merenda ogni giorno, procurava il grembiule nero. Fuori dalle aule la vita della città di dopoguerra era dispari assai, però lì dentro si tentava un pareggio tra i bambini di ceti diversi.
In primavera gli alunni poveri arrivavano da un giorno all’altro coi capelli rasati a zero, “carusati” era l’espressione locale. Non per il caldo, era per i pidocchi.
Subivano la rasatura come una mortificazione, ma per orgoglio ci ridevano su.
Ho nella memoria dell’udito uno schiaffone assetato dal maestro sulla nuca nuda di uno di loro. Gli arrivò da dietro, non gli dette il tempo di proteggersi con le mani. Schioccò come un colpo di frusta. Il bambino abbassò la testa, la mise tra i gomiti sul banco. Gli sedevo a fianco.
Si voltò verso di me e accennò un sorriso. Voleva dire che non gli aveva fatto niente.
Forse era vero, forse era abituato a incassare colpi peggiori.
Però quel sorriso ammaccato mi sta nella memoria come atto di puro eroismo.




