In questo mese di marzo di dieci anni fa moriva Gian Maria Testa, compagno di cento e cento serate sulle pedane dei teatri.
Portavamo in giro una ballata “Chisciotte e gli invincibili”, in tre, con Gabriele Mirabassi pifferaio, soffiatore di clarinetto.
Ci sedevamo a un tavolo, tre bicchieri e una bottiglia di rosso a completare l’arredamento, come in osteria.
Gian Maria cantava abbracciato alla sua chitarra.
Una canzone l’aveva imparata da sua madre, la stessa l’avevo sentita da mio padre. Incominciava con: “Se diventar potessi un usignolo” e finiva con “Amor senza baci non è più amor”. Dava spunto a un elogio del bacio, la più alta intimità raggiunta dai corpi degli amanti. “Solo nel bacio i corpi così diversi dei due sessi riescono a scambiarsi la medesima cosa”. Finivamo prendendo in giro i nostri rispettivi aliti, il suo di fumatore, il mio di mangiatore di spicchi d’aglio crudo.
Per invincibili nominavamo e cantavamo di migratori, di guerre mondiali, di prigionieri, connotati maggiori del 1900.
Prendevamo poesie da poeti aggiungendoci musiche nostre.
Le sere a teatro erano per noi occasioni di stare insieme prima durante e dopo.
L’ultima volta insieme è stata a Torino nell’aula di tribunale dove si processavano le mie parole pronunciate, scritte e ripetute contro il balordo treno della Val di Susa.
Gian Maria era agli sgoccioli, si reggeva in piedi a stento. Era venuto per starmi vicino.
Non ho avuto fratelli in famiglia. Nel tempo ne ho adottati due: Izet Sarajlic, poeta di Sarajevo, maggiore di età e Gian Maria, più giovane.
Ora che non posso sedermi a nessun tavolo con loro, mi ripeto la frase che Izet Sarjlic scrisse per se stesso: “Ma io non posso non essere fratello”.





Erri carissimo, grazie per farci respirare, con le tue forti parole di animo sicuro e leale, l’Amicizia con la A maiuscola. Antonio Scuglia da Caserta