Si dice che la prima sillaba pronunciata dai neonati sia la “ma” di mamma.
Credo invece che la mia prima sillaba sia stata “no”.
È l’esordio dell’identità, che inizia in contrapposizione. Si cresce a forza di “no”, detti anche a torto e a vanvera. Delimitano il proprio campo.
Ho poi proseguito con lo spirito di contraddizione individuale, fino a convergere con un “no” collettivo che negava il potere e l’autorità.
Il “no” prevede la critica e predispone ai “sì” da pronunciare.
L’ultimo giro di referendum conferma l’energica supremazia della sillaba “no”, storica vincitrice delle consultazioni sul divorzio, sul diritto all’aborto, poi per due volte no sulle centrali nucleari, infine no alle modifiche costituzionali del 2016. In tutti questi precedenti la sillaba negativa ha prevalso a difesa di manomissioni.
Dante nel Canto 33 dell’Inferno scrisse: “del bel paese là dove il sì suona”.
Non è più il caso attuale.
Il “si” in Italia è perlopiù un accordo musicale, un si minore.




