Ricorre spesso l’espressione: non a caso.
Non la condivido e inoltre se si esclude il caso, bisogna sostituirlo con qualcos’altro. Se non a caso, allora a cosa?
Sono un estimatore del caso. Dante nel quarto canto dell’Inferno scrive di Democrito “che ‘l mondo a caso pone”.
È stato un filosofo greco catalogato tra i presocratici. Intuì l’invisibile materia degli atomi, diminuì l’importanza degli dèi.
Mi sento un suo seguace, un democritano.
Quanto al caso, me lo spiego nelle faccende spicciole, non arrivando ad assegnargli una giurisdizione universale.
Refrattario all’idea di destino, che implica l’inevitabile, preferisco il caso, che mi consente qualche libertà di azione.
Con tutta la vocazione alla scrittura che posso attribuirmi, l’artefice magico che mi rende scrittore è il caso coi suoi colpi alla cieca.
Lo scrivo a carattere minuscolo, non lo elevo alla potenza del maiuscolo Caso.
Ne conosco una sottospecie, il casaccio: la pietra che si stacca dall’alto di una parete e precipita con un fischio pecoraio.
Nella scrittura sacra incontro la più potente negazione del caso, sostituito con successo dalla divinità.
Da lettore ammiro la sua formula che orienta e giustifica il mondo.
Da mediterraneo mi affido al caso, sfuggente alle teologie e alla matematica.
Non fa al caso mio l’espressione: non a caso.





Non è un caso: succede sempre: che le immagini ed il suono, dato ad esse dalle parole, seguano un percorso dal basso verso l’alto, da il di dentro al manifesto, passando per la radice dei pensieri. Per poi tornare a nascondersi, caricandosi di nuovi motivi, in una notte di plenilunio oppure nell’alba di un solstizio, aspettando altre associazioni che le facciano rivivere in una forma nuova. Diritto di replicarsi obliando la fonte: è un caso di generosità mai riconosciuta e mai riconosciuta abbastanza.