In una sola tela Caravaggio concentrò le sette opere della misericordia.
A me è capitato di trovarle riunite nel ridotto spazio di una nave. A ogni persona sollevata dalle onde e issata a bordo ho visto offrire cibo, acqua, vestiti, un riparo, un posto per sdraiarsi e stare all’improvviso senza l’agguato della morte addosso. Ho visto curare gli ammalati e visitare i sani, uno per uno.
Erano usciti dalla prigione Libia. La nave era l’amnistia. Per la prima volta sentivano rivolgere loro il titolo di ospiti. Questo non rientra nelle misericordie, ma nelle evidenze. In mare è più chiaro che si è tutti ospiti.
Prima del verbo accogliere, viene il più urgente verbo raccogliere, i vivi e gli annegati.
La nave Prudence di Medici Senza Frontiere ha speso di recente le sue  trenta ore di navigazione per dare sepoltura in terra ai corpi di quattro donne e due uomini, pescati in alto mare. È rientrata solo per questo scopo.
Che bisogno c’è? Ci pensa il mare a ricoprire.
Invece no: la nave recupera insieme ai vivi pure i morti. Questa è l’azione più scandalosa per chi desidera che il Mediterraneo sia cane da guardia e fossa comune per i non invitati in casa Europa.
Queste navi (“taxi”, li dice chi disprezza e irride il salvataggio dei sopravvissuti) si permettono di sbarcare a terra pure gli affogati. Per dare loro un nome e un posto, per il congiunto che possa averne cura.
Quest’ultima opera di misericordia fa più stridere i denti ai contabili di voti elettorali immaginari.
Quest’ultima opera di misericordia ci distingue dalle altre creature viventi.
Seppellire i morti rende umana la nostra specie, chi è  d’accordo e chi no.
Erri

Sette opere di Misericordia (1606, Pio Monte della Misericordia – Napoli). Madonna col Bambino e angeli