La repressione dei movimenti di protesta è la reazione automatica del cane che ringhia a chi gli pesta la coda. Fa vedere i denti che scattano e mordono a vuoto.
I governi non hanno risposte, hanno solo reazioni canine rivolte più all’opinione pubblica che alla piazza che pesta la sua coda. I governi devono esibire la posa del gendarme in uniforme cercando il consenso della maggioranza affacciata alla finestra.
La minoranza scesa dai marciapiedi per occupare il centro della carreggiata sta imparando e insegnando le sempre nuove lezioni di democrazia dal basso. Ha due ostacoli principali: uno esterno consistente nella repressione da parte delle forze di polizia e magistratura. L’altro ostacolo è interno e consiste nella presenza di bande giovanili che sfruttano la copertura delle manifestazioni a scopo di saccheggio e distruzione indiscriminata. Queste presenze non rivendicano niente, esibiscono soltanto l’istinto predatorio che approfitta di ogni opportunità, che si tratti di un incendio, un terremoto o di scontri di piazza.
Le potenti ragioni delle proteste vengono così dirottate e sfregiate, perchè il chiasso delle azioni collaterali prevale sulla voce degli slogan e delle rivendicazioni.
Ho preso parte negli anni ’70 in Italia a centinaia di manifestazioni e di scontri violenti contro reparti di polizia e di fascisti. Abbiamo dovuto dotarci di organismi di autodifesa dei nostri cortei. Era impossibile allora che un gruppetto s’infilasse nelle nostre schiere per improvvisare un’azione collaterale.
Il nostro servizio di protezione bastava a reggere gli urti e a impedire infiltrazioni.
Oggi il seguito delle manifestazioni di protesta dipende strettamente da questo doppio compito. Resistere alla repressione di polizia e magistratura, e darsi un’organizzazione interna e la disciplina necessaria per non farsi togliere la propria voce collettiva da guastatori che agiscono per scopi personali.
Indispensabile per i nuovi movimenti difendere le loro frasi dal chiasso dei frantumi.




