Eravamo pezzi unici e spaiati, niente faceva immaginare di noi una massa d’urto.
Per una forza centripeta aderimmo a un insieme di militanze politiche.
Ci accadde l’equivalente laico di una vocazione. Ognuno si sentì convocato da una voce che fissava appuntamenti in piazza.
Alcuni di noi erano sapientissimi, spiegavano la storia per collocare in una precisa successione l’avvento dei tempi presenti.
Fui lettore anch’io delle rivoluzioni del 1900. Mi restano scaffali riempiti col bisogno di quella conoscenza.
Leggevamo gli stessi libri, se ne discuteva senza ortodossie. Tra noi c’erano leninisti, trotzkisti, anarchici, stalinisti, spartachisti. Oggi suonano categorie astruse, a quel tempo erano vie maestre.
La mia preferenza era per Rosa Luxembourg. Lo è ancora, resto affezionato alle sconfitte.
Avevamo un repertorio di canti rivoluzionari, presi dal passato e anche di nuovi, nostri. Li cantavamo ovunque, nelle manifestazioni e di sera a squarciagola in osterie. A quel tempo eravamo contagiosi, iniziavamo in pochi e diventava coro. Gli osti erano ospitali.
Per contrasto mi stupiva una nostra militante, qualche anno più di me, che nella sede di Lotta Continua cantava arie di opere liriche. Le conoscevo per mia madre, ne ascoltava i dischi.
Assorbiti da un unico intento condividevamo stanze, pasti, gergo, letture, abiti, canti, scarpe.
Lei ci passava accanto intonata solfeggiando romanze di melodrammi. Preferiva quelle maschili, dei tenori.
Dimostrava a me la libertà di sconfinare, di tenere insieme il presente in comune e il suo passato individuale. Ognuno s’era reciso il proprio, famiglie comprese.
Era rispettata. I suoi interventi erano ascoltati con una specie di raccoglimento. Parlava con un trattenuto fervore che infiammava l’ascolto.
Era del nord, valtellinese. Tengo per me il suo nome. Chi l’ha conosciuta, qui l’ha identificata.
Ne scrivo mezzo secolo dopo perchè di recente mi è capitato di sentire romanze di opere liriche. La musica è una sicura macchina del tempo, fa risalire indietro.
Mi sono ritrovato a ricordarla indaffarata che percorreva il corridoio di fretta per scendere in tipografia a portare in stampa il suo articolo, cantando dalla Bohème di Puccini:
“Per sogni e per chimere
e per castelli in aria,
l’anima ho milionaria”.





Se le capiterà di leggere questa tua pagina, scoprirà che sogni e chimere sono un ottimo investimento a lungo termine.