Le cronache estive mostrano immagini di panfili di nababbi all’ancora presso celebri località costiere. Esposti al pubblico stupore, sono la più strombazzata esibizione di ricchezze personali.
In tono minore per non disturbare, le cronache riportano naufragi di piccole imbarcazioni smarrite alla deriva. Flotte commerciali le incrociano ignorandole per ordine di servizio. Nel Mediterraneo è sospeso l’obbligo di soccorso. L’omissione è la regola.
Regola vuole anche la cattura di queste imbarcazioni, con passeggeri anche minuscoli, da riportare nei recinti libici, ostaggi degli accordi bilaterali Italia Libia.
Tra panfili illuminati a giorno nelle placide notti estive e scorrerie di pirati del Golfo della Sirte, da noi denominati guardia costiera libica, cerco i trafiletti di qualche sommesso salvataggio.
Così dei marinai di terraferma come quelli di Mediterranea frugano l’orizzonte coi binocoli e se inquadrano una scialuppa in pericolo o ne sono informati, si gettano macchine avanti tutta per scippare manciate di vite dal naufragio e dai pirati pagati dall’Italia per imprigionarle di nuovo.
Mediterranea batte bandiera italiana a riscatto dell’antica tradizione di repubbliche marinare infangate dall’ infamia di aver reso il Mediterraneo una fossa comune.
Mai ha dovuto inghiottire miriadi a mare piatto.
Nelle cronache estive cerco i trafiletti di chi si prodiga a fare il salva gente. Mi rallegro di loro, a nome mio e del mare in cui sono cresciuti i miei centimetri, i miei amori, i miei polmoni caricati a nuoto.




