Dissento dal detto: “La pezza è peggio del buco”. Al contrario: qualunque pezza è migliore del buco. Perciò mogli e madri rattoppavano panni consumati, facendo prodigi di restauro. Prolungavano la durata dei pochi indumenti del guardaroba.
Il detto disprezza l’impegno parsimonioso e l’abilità di rammendo degna di essere chiamata “arte povera”. Quei panni portavano l’invisibile firma delle restauratrici.
Dichiaravano la cura che protegge la dignità nelle indigenze.
Mi sono piaciuti subito e ancora adesso i maglioni rattoppati ai gomiti. Hanno l’eleganza dell’usato dal tempo, che il nuovo non ha e deve conquistarsi.
Fuori dell’uso nell’abbigliamento, ogni argomento che cerca di riparare un torto, un equivoco, “metterci una pezza”, dimostra la volontà di chiarire, precisare e in definitiva conciliare.
Da questa intenzione virtuosa escludo le ritrattazioni, le sconfessioni di quanto affermato. Non sono rattoppi, ma negazioni e scarichi di proprie responsabilità. Sono aggravanti del buco.
Gli strappi, i logorii sono inevitabili e perfino a volte necessari. Perciò apprezzo la pazienza di chi rimargina, ricuce.





La mia tata, Livia, arrivata a Torino dal Friuli a sedici anni per andare “a servizio” dalle signore, ha un fazzoletto di cotone oramai sottilissimo, tenue come un sorriso trattenuto,
rammendato mille volte. È un ricamo straordinario, la perfezione dei punti, un groviglio di strade che s’intersecano, mi commuove ogni volta che lo vedo.