50 anni fa d’autunno tornavo stordito dai giorni del Congresso di Lotta Continua svolto a Rimini.
Quella città turistica dopo l’estate era la scena di una fiera campionaria appena smontata. Le spiagge avevano ancora i buchi lasciati dai pali degli ombrelloni riposti.
Storditi i miei pensieri: com’era possibile che l’organizzazione rivoluzionaria, la sua comunità di militanti, Lotta Continua, elleci, si scioglieva? Non per deperimento, anzi nel suo punto e momento di maggior aggregazione. Dopo sette anni di militanza insonne, un paio di giorni di concitati dibattiti bastavano a calare la saracinesca?
Questo senso di sgomento e di tradimento lo ritrovo leggendo la testimonianza di Eugenio Ritenuti, nel robusto almanacco pubblicato in questi giorni: “Lotta Continua. Il tempo dell’appartenenza”.
Con Eugenio ho condiviso la responsabilità di quello che succedeva nelle strade delle nostre serrate manifestazioni.
I cognomi tra noi sono arrivati dopo. Allora ci bastava Eugenio, Erri.
Sfoglio le pagine dell’almanacco che sono per me l’album dei miei vent’anni dati e andati insieme alle migliaia di coetanei, il più vasto pronome politico del “noi”.
Niente di comparabile è successo a un’altra età venuta dopo quella.
Scrive giusto Eugenio, che gli rimane affetto. Ne resta anche a me, come in fondo al bicchiere la posa di un vino bevuto insieme.




