Da una pagina di Flaubert, da “Memorie di un pazzo”, 1838.
“Ogni giorno tu sconvolgi la terra, scavi canali, costruisci edifici, richiudi i fiumi tra scarpate, cogli l’erba, la impasti, la mastichi; rimescoli l’oceano con la chiglia delle navi e credi che questo sia bello […]
Ma ecco: la terra che sposti ritorna, rinasce da sé stessa, i fiori invadono i campi e le città, le pietre dei tuoi edifici si sgretolano e cadono da sole, le formiche corrono sulle tue corone e sui tuoi troni”.
Non è lamento di un disilluso anziano, ma il pensiero affilato di un diciassettenne.
Sento nella gioventù attuale un simile spirito di critica, ma non le parole e la tensione per sollevarle a manifesto.
Non c’è la calorosa insolenza di questo “tu” puntato sulla specie umana.
Il giovane Flaubert scrive la sua requisitoria senza mandato di profezia, ma con il pieno diritto che spetta a chi ha la maggioranza della vita innanzi a sé.
Da lettore ringrazio il caso che mi ha portato sopra le sue pagine.




