Salgo accanto ai salti di un torrente in montagna. Non è acqua scaturita dal sottosuolo, non è di sorgente.
È il ritorno allo stato liquidò delle nevi invernali.
È acqua caduta dal fitto delle nuvole in forma di cristalli esagonali.
Prim’ancora erano gocce evaporate, salite in su perché più leggere dell’aria.
Si sono posate sul ripido, penetrate nelle fessure, distese a ricoprire cenge.
Ora scendono insieme trasformate in scroscio e in suono musicale. Per lontano ricordo lo associo a quello composto da Grieg per il Peer Gynt di Ibsen. Risento i flauti, immagino che l’acqua in discesa sia uno strumento a fiato.
Più in alto risalgo ghiaioni alla base di pareti, uno strascico bianco nuziale formato da frantumi staccati da crolli, fulmini, valanghe. Qualche fiorellino estivo si è infilato con le sue radici tra i sassi più fermi.
La lentezza dei miei passi in salita, la stessa con cui scrivo, mi permette di trattenere dettagli che qui diventano appunti di una giornata a bocca chiusa.




