Nell’83 ho avuto gli anni dell’ultima età di Gesù. Da noi quando si arriva a trentatré si sottolinea la coincidenza: gli anni di Cristo.
Stavo più a sud di lui, a sud dell’Equatore. Nel villaggio ronzava la zanzara della malaria, si cucinavano serpenti, i missionari celebravano messe all’aperto: cori, danze, duravano ore, sotto il sole. Tutti andavano a piedi.
Si vedeva l’altra metà del cielo, quello australe. Bassa sull’orizzonte spiccava la costellazione detta Croce del Sud, equivalente opposto della stella polare.
Di sera la trovavo sotto le zampe della costellazione del Centauro. In Africa il cielo notturno invitava a scrutare. Non c’erano intorno luminescenze a disturbare. M’informavo di astronomia per occhi nudi.
Sciami di pipistrelli muovevano l’aria ferma, procurando al passaggio raso terra qualche colpo di brezza. Un’ala mi passò sulla fronte la più delicata carezza.
Lavoravo al montaggio di pale eoliche. Smaltivo i miei trentatré sotto una croce diversa da quella del crocefisso.
La mia consisteva in febbri malariche con picchi fino a 42. Si delira e si trema di freddo. La profilassi della clorochina non proteggeva più.
Quelle febbri mi hanno staccato da lì. Il passaporto rosicchiato dalle termiti complicò il transito alle frontiere. Mi fecero passare per togliersi dai piedi un ingombro.
La malaria, debellata in Italia, non era ancora morbo dei turisti esotici. Un medico dell’ospedale Spallanzani isolò il mio ceppo, estinguendo il ciclo delle febbri.
Quando compii trentaquattro provai un sollievo tutto mio.




