Nikolaj Gogol fa scrivere sulla sua lapide una frase di Geremia, profeta: “La mia parola amara è diventata motivo di scherno”.
La traduzione letterale è un po’ diversa: “Parola di Iod è per me causa di vergogna e derisione” (20,8).
Il sentimento che gli fa imprimere su lapide la frase è l’amarezza, diversa dalla disperazione di Geremia.
Di Gogol ho ammirato la combinazione di fantastico precisato con dettagli realistici e gli spunti presi da fatti di cronaca.
Fu molto criticato dai contemporanei, ma anche sostenuto da altri come Pushkin, poeta travolgente e travolto. Bisognava essere precoci, perché breve era la durata della vita.
Gogol si amareggiava delle critiche sprezzanti.
Succede al singolo di suscitare reazioni di rigetto con la scrittura, perché non sa o non vuole condividere gusti e disgusti del suo tempo.
Lui era particolarmente sensibile alle disapprovazioni.
Non gli è stata di cura la doppia residenza a Napoli, città immune alle critiche e alle diffamazioni.
Per timore di accoglienza negativa bruciò perfino parte del suo capolavoro “Le anime morte”.
In anticipo sui suoi successivi sintomi scrisse: “Appunti di un pazzo”.
Questa lettura può fare da vaccino a chi soffre di depressione.




