Torno a mettere la suola delle scarpe sulla scalinata rossa del Festival di Cannes.
Stavolta è per un film francese, “La vie d’une femme”, scelto tra i 22 del concorso ufficiale.
Ci ho svolto un piccolo ruolo, ambientato in una baita di montagna.
La produzione m’invita accanto alla regista Charline Bourgeois-Tacquet e al cast.
Ho poco meno dell’età del Festival che è 79enne. Non è invecchiato dall’ultima volta, io sì.
Mentre mi avvio su per i gradini, la testa divaga. Mi trovo in un posto lontano da quelli in cui ho passato la gran parte della vita.
Calpesto il rosso che mezzo secolo fa stava sulle bandiere dei cortei.
Vedo il mare mosso dallo stesso maestrale spazzanuvole dell’adolescenza.
Tra un gradino e l’altro misuro qualche distanza.
Sono di passaggio sulla ribalta festiva di chi lavora ai film. È un traguardo per loro essere lì.
Per me è un privilegio, che non ha rapporto con il merito.
La scrittura mi ha portato in giro. Prima mi ha tolto dai lavori manuali, poi, da carta si è trasformata in tappeto volante. Non ne sono il pilota.
La scrittura mi rimette su di una scalinata larga e celebrata.
In cima ai gradini penso a Paola, trattenuta lontano, accanto a suo padre morente.
Fa ogni possibile per mettermi in luce. Perché la luce è sua.
Questa nota è per lei.




