Stagione di ritorno alle montagne, le più solenni spinte della terra verso l’alto.
Con vulcani, catene montuose la superficie del pianeta s’innalza di continuo.
Le sommità sono i bordi frastagliati dove la terra smette. L’alpinismo visita questi confini.
Ognuno ha una sua ragione che spinge alla salita.
Da parte mia è il desiderio di allontanarmi, attraversare uno spazio vuoto, raggiungere il punto più lontano. Non sempre coincide con la cima.
Poi rientro nel cerchio di partenza.
Gli Stati hanno disegnato le frontiere con la geografia. Hanno usato le montagne a scopo di separazione.
Ma le alture non sono sbarramenti. Le Alpi non hanno impedito nessuna invasione di eserciti.
Chi va in montagna percorre il più fitto e meno controllabile sistema di comunicazione tra versanti.
Si possono alzare muri e stendere fili spinati in pianura, ma le montagne non si fanno recintare.
Bracconieri, contrabbandieri, esuli, partigiani, hanno imparato le innumerevoli vie di transito e di rifugio.
Dove le autorità vedono barriere, sbarramenti, gli alpinisti vedono linee di passaggio.
Torno a inoltrarmi dove la nostra specie scarseggia e ci si aggira in pochi.
Perché non sono un parco giochi le montagne. Mantengono l’asprezza, la quota di rischio, la distanza.
La loro buccia è ruvida, sfrega contro le nuvole, s’illumina di fulmini. Sconsiglia confidenza.
Torno alle montagne con la gratitudine di allievo.





Molto bello, grazie!